20 settembre 2010

Oceano



Oggi ho guidato per qualche centinaio di chilometri perché mi andava di vedere l'oceano.

Otto anni fa la stessa esperienza mi aveva molto ispirato.

Dopo un'ora e mezza di viaggio ho riconosciuto lo scoglio di allora e lo spiazzo per parcheggiare la macchina.
Ho saltellato sui pietroni fino a trovarmi ancora una volta di fronte all'oceano Atlantico.

Io e l'oceano a confrontarci tu per tu. Ne ammiravo l'estensione, il colore severo dell'acqua, le onde che si infrangevano sui fiordi circostanti.

Immenso.

Stendendo la mano in piedi sull'ultimo lembo di terraferma indicavo l'America.
Che bella parola “l'America”, evoca in me futuro e speranza. Tutto ciò che era Europa (saggezza e radici) stava invece alle mie spalle.

Ero nella stessa situazione della “Canzone della bambina portoghese” di Guccini.
Solo che questa volta non c'era Guccini a darmi dritte filosofiche e a cantarmi: “Vivere, vivere, e poi... poi... vivere!”

Io e l'oceano. Il vento mi scompigliava i capelli ormai lunghetti e mi faceva stare bene.

L'America dall'altra parte.

Nel corso della mia vita, che è la vita di uno qualsiasi, ho avuto la fortuna di attraversare quell'oceano ben otto volte e, prima che finisca l'anno, compirò un'altra traversata.

Oggi godiamo di possibilità che nemmeno Re Sole poteva permettersi. Cultura, scienza, tecnologia, economia, tutto alla portata di mano.

La bellezza spesso tende la mano, se la tende a me la tende a tutti, ma chissà perché la rifiutiamo preferendo rimanere rannicchiati e impauriti. Le visioni grandiose sono sostituite da visioni ragionevoli o peggio, da pensieri di pura sopravvivenza.

La bellezza però c'è, esiste. Il mondo là fuori è bello.

Credo che quello scoglio innanzi all'oceano e la sensazione di assoluta libertà che ho respirato a pieni polmoni, faranno parte di quel cortometraggio che l'Altissimo mi proporrà nell'ultimo momento... certo allo scopo di sdrammatizzare.


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