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21 gennaio 2011

Cambio di continente




Affezionatissimi, vi scrivo per avvisarvi che le mie avventure in giro per il mondo continuano in un nuovo blog!






Dalle Foreste Messicane

3 ottobre 2010

Congedo


Ebbene mi rendo conto che sto scrivendo l'ultimo post di questo blog. 

Domani a quest'ora sarò a bordo di un aeroplano che mi riporterà a casa in Italia. Non provo particolari emozioni se non gratitudine e la sensazione di aver vissuto un'esperienza importante.

Nell'esperienza c'è naturalmente questo blog a cui ho lavorato molto e il contatto con voi affezionatissimi lettori. Dai dati di google analytics siete circa in 300 a seguirmi. 

Sapere che i resoconti di ciò che combinavo quassù in cima al mondo vi incuriosivano mi ha dato la giusta motivazione per continuare a scrivere cercando di farlo bene.

Alcuni dei lettori sono miei amici, della maggioranza degli altri so poco. Conosco la città dalla quale si collegavano e alcuni dei loro oggetti delle loro ricerche.

Google mi ha avvertito che le persone sono giunte alle mie pagine cercando “Norvegia”, “Lavoro manuale Norvegia”, “Come ripristinare una pista forestale” ma anche, pensate, digitando “Donne che si fanno toccare dappertutto” “Le ragazze finlandesi, sesso”. Insomma ho raccolto a me amici, curiosi, forestali e onanisti. Una simpatica cricca non c'è che dire.

Credete, è stato bello.

Adesso è giunto il tempo di prendere congedo e devo farlo secondo le vostre aspettative,con una riflessione profonda, universale. Qualcosa che dimostri quanto questo viaggio mi abbia reso saggio. Di certo non posso dire ciao a tutti è stato bello, sono molto felice.

Tra tutto quello che posso raccontarvi scelgo di concludere con una frase in inglese.

Come vi ho detto, per tenermi compagnia in bosco, ascoltavo podcast scaricati da internet. Uno di essi era un corso di inglese finalizzato ad ampliare il proprio vocabolario, cosa che io necessito disperatamente.

L'insegnante era un inglese molto simpatico che aiutava a ricordare, verbi, espressioni e parole focalizzandole in storie, la maggioranza di esse molto interessanti.

Ebbene il podcast dedicato al phrasal verb “carry on” che significa “continuare” era accompagnato da un episodio della storia dell'inglese.

Durante la seconda guerra mondiale, raccontava l'insegnante, c'è stato un periodo nel quale gli inglesi se la sono vista proprio brutta. Mi riferisco ai bombardamenti su Londra.

Il governo pubblicava in quegli anni volantini di propaganda finalizzati a coordinare e a rassicurare la popolazione civile. Gli inglesi hanno combattuto come leoni per proteggere la propria patria. Il governo però aveva considerato anche lo scenario peggiore ovvero l'invasione delle truppe tedesche e quindi la capitolazione.

Per quella drammatica eventualità era stato preparato un manifesto che sarebbe affisso per le strade di Londra a beneficio di una popolazione terrorizzata e sconfitta. Un manifesto da affiggere quando tutto sarebbe stato perduto. Voi cosa scrivereste al vostro popolo conquistato da un esercito straniero? Difficile trovare una frase adatta per un contesto così drammatico. Ebbene il governo inglese ne trovò una di incredibile efficacia che solo al leggerla emoziona e fa riflettere su tanti aspetti dell'esistenza.

In caso di invasione sui muri di Londra sarebbero stati affissi manifesti con questa scritta:
“Keep calm and carry on”, che tradotto in italiano significa: “Mantieni la calma e vai avanti”.

Non so spiegarvi perché voglio salutarvi con questo, forse per i tempi nei quali viviamo, o forse chissà.

Gli inglesi scrissero “Keep calm and carry on”.

Vinsero la guerra.

Tanti saluti dalla cima del mondo.

Un lavoretto pulito


Affezionatissimi, oggi mi sento gioviale perché è giorno di paga. 

Ebbene in questa trasferta, nonostante la qualifica di semplice operaio, le mie entrate sono aumentate mensilmente dell'85% rispetto a ciò che percepivo in Italia. Non è poco, al netto delle spese in quattro mesi ho messo da parte l'equivalente di un anno di risparmi. Va detto che ho avuto il culo immenso del vitto e alloggio gratis, altrimenti mi sarebbe andata comunque bene ma non l'avrei fatta così grassa.

Ciò che ho percepito come operatore forestale è più o meno la paga di un addetto alle pulizie, 32% inferiore rispetto al reddito medio norvegese.

Se decidi di stabilirti in Norvegia contando su questo reddito non puoi permetterti lussi (per lusso intendo una birra che al pub costa dai 7 ai 10 euro) ma arrivi tranquillamente alla fine del mese.

Se poi professionalmente vali di più, non appena avrai imparato il norvegese potrai ambire a qualcosa di meglio. Lavoro per gente di buona volontà pare ci sia.

Chi fa veramente il botto sono gli ingegneri e i tecnici altamente qualificati. Ho letto alcune delle loro storie su internet. Non fanno la gavetta pulendo pavimenti, sono contrattati direttamente da grandi imprese multinazionali, specie quelle petrolifere, dove all'inizio, ci si può esprimere anche in inglese. (In un buon inglese, eh!) Gli stipendi in quei contesti sono molto alti.

Le storie di questi professionisti infatti traboccano di ottimismo, però ripeto, sono storie che ho letto nei blog di internet.

Anziché informazioni fumose di seconda mano provo qui a darvi più dettagli riguardo al mio lavoro forestale.

In Norvegia la maggioranza dei boschi appartiene ai privati. Le tecniche di coltivazione, gli abbattimenti, gli interventi strutturali come la realizzazione di strade forestali sono disciplinati da una normativa nazionale, come in Italia. L'ente pubblico incaricato di coordinare, di controllare, di autorizzare gli interventi boschivi è il comune. Ogni comune ha quindi il suo ufficio tecnico forestale.

Il governo mette a disposizione contributi economici per tutti quegli interventi boschivi detti colturali: sfolli, diradamenti e piantumazioni. Interventi necessari per ottimizzare la produttività del bosco ovvero volti a migliorare la qualità degli alberi e l'incremento legnoso degli stessi ma dai quali non si guadagna nulla.

Il governo rimborsa ai proprietari l'80% del costo di tali interventi. Non male, vero?

Inoltre i proprietari possono commissionare ai comuni il lavoro i quali a loro volta contrattano gli operai. Così per il proprietario forestale, lo spinoso problema del bosco si risolve riempiendo un modulo.

Ciò gli permette di svolgere altri lavori o di dilettarsi negli svaghi estivi come la pesca, le passeggiate, la raccolta dei mirtilli ecc.

Per l'operaio la retribuzione è a cottimo; un tot, negoziabile, per unità di superficie lavorata.

Se fosse una retribuzione oraria, il comune spenderebbe di più a controllare che gli operai non battano fiacca che a realizzare l'intervento.

Il lavoro a cottimo è vantaggioso anche per l'operaio il quale è libero di scegliersi il proprio orario di lavoro e i giorni di riposo. Quando l'area è completata chiama l'ispettore o il proprietario che verifica il lavoro svolto e assegna un altro incarico.

Per i diradamenti e gli sfolli mi ero imposto un orario di trentotto ore effettive settimanali. Sette o otto ore di decespugliatore forestale al giorno, credete, sono abbastanza, sforzarsi oltre si rischia di affaticarsi troppo e quindi è più facile che si verifichino incidenti. Con le lame non si scherza!

Lavoravo più ore quando c'era da piantare alberi; la fatica era minore quindi potevo darci dentro, senza rischi.
Dovevo dosare le forze per durare quattro mesi. Se avete visto qualche mia foto pubblicata nel blog avrete capito che non sono proprio un montanaro rustico alla Mauro Corona che fa colazione con polenta e salsiccia ed è capace di picconare per quindici ore filate in una cava di marmo.

Tra le difficoltà, per chi accarezza l'idea di dilettarsi nei boschi norvegesi, cito la pioggia, gli insetti, il peso e il rumore del motore degli attrezzi e l'isolamento.

Per il resto invece bene, l'ispettore e i proprietari forestali sono stati molto gentili e chiari nello spiegarmi ciò che avrei dovuto fare e, in caso di problemi, (per esempio per individuare i confini della proprietà) ricevevo immediati chiarimenti. 

Anche l'equipaggiamento e gli attrezzi che mi hanno messo a disposizione erano di ottima qualità. Pensate, usavo carburante ecologico ASPEN, che rilascia un quantitativo di emissioni tossiche di molto inferiore rispetto alla miscela tradizionale. In Italia il carburante ASPEN costa 3 euro al litro. 

Mi hanno insegnato a limare la lama del decespugliatore e la corretta tecnica di utilizzo per operare in sicurezza.

Per quanto riguarda la remunerazione come dato certo riporto:

Diradamento e sfollo con decespugliatore forestale: 250 €/ha (un ettaro = 10.000 mq, un quadratone di 100 metri x 100 metri)

Piantumazione di abeti 0,20 €/ cad: (Chiaramente si tratta di mettere a dimora migliaia di piante, per dare un'idea la mia produttività era di 60 piante/ora)

Operaio generico per segheria da campo: 11,25 €/h

A ciò dovete togliere le tasse. Appena avrò dati certi vi dirò a quanto ammontano.

E quindi, domanda delle domande conviene abbandonare l'Italia per ricominciarw in Norvegia? Dirvi semplicemente sì o no è fuori questione.

In libreria, visitando il reparto manualistica, avrete senz'altro notato quei libri dal titolo risolutivo: “Come diventare ricco sfondato”. Se sai come diventare ricco sfondato diventi ricco e sfondato; di certo non ti metti a scrivere un libro sul come diventarlo.Per questo genere di cose non ci sono regole fisse.

Uguale qui. Non esiste il manuale “Come realizzarsi in Norvegia”.

Ognuno di noi ha la sua storia personale, i suoi sogni e le sue aspettative e le capacità o meno di realizzarsi.

In Italia, come sappiamo, ci sono bravi giovani che non trovano l'opportunità per esprimersi professionalmente e ciò a causa di un ambiente che non li valorizza e sognano un'alternativa.
Ci sono anche giovani che non si realizzano a prescindere dalle condizioni politico sociali; sto parlando dei pigri, di quelli che non investono in sé stessi, che non si mettono in gioco, che non si criticano, che non si danno obiettivi che non sanno sacrificarsi.

Loro sappiano che un cambio di indirizzo non è in sé risolutivo.

Tutti gli altri, se lo credono possono tentare.

Per gli studenti c'è l'opportunità dell'Erasmus dal quale si possono cogliere preziose informazioni sulle reali possibilità professionali e soprattutto potranno studiare il norvegese.

Per gli altri il gioco si fa un po' più azzardato e costoso. Si tratta di investire qualche migliaia di euro per un periodo definito di permanenza nel quale proporsi alle offerte pubblicate negli uffici di collocamento.

L'esito dell'avventura dipende dai soliti fattori: capacità, carattere, spirito di adattamento e culo.

Insomma, come sempre, ognuno è protagonista e padrone del suo destino. Scusate se non posso aiutarvi di più.

2 ottobre 2010

Italia, ma mi vuoi bene? (Post triste)

In Italia lavoro come coordinatore in una piccola associazione di volontariato che si occupa del mantenimento e valorizzazione del verde di due parchi di Verona. E' un lavoro molto interessante per un laureato in scienze forestali perché bisogna saper fare di tutto: contabilità, reclutamento di volontari locali ed esteri (quindi bisogna saper le lingue straniere e, non facile, il giusto approccio per collaborare persone di cultura, etnia e estrazione sociale diverse), organizzazione del lavoro, gestione amministrativa di progetti finanziati con fondi privati e pubblici (quindi sapere rendicontare un progetto, redarre relazioni tecniche ecc.) ma bisogna anche sapere usare macchine agricole, motoseghe, decespugliatori. Spesso si smanetta nei motori.

Insomma in una mia tipica giornata lavorativa parlo dialetto e spagnolo, italiano e inglese. Devo pensare all'acquisto di attrezzatura e materiale ma anche che non manchi nulla per la bracciolata dei volontari senior.
Si torna a casa stanchi ma solo a descriverlo è un lavoro affascinante, non è vero? Si possono fare tante cose utili. Non immaginate come si cresce dal punto di vista umano stando in contatto con tante persone diverse.

Eppure se dite che siete un coordinatore di un'associazione di volontariato la gente alza le spalle e dice? E sarebbe? Già e che sarebbe?

E' una professione poco riconosciuta perché la maggioranza delle associazioni di volontariato in Italia sono condotte in maniera hobbistica; nobili attività per il dopo lavoro. La figura del professionista, cioè l'incaricato di coordinare i volontari, seguire i progetti e curare gli aspetti amministrativi ancora non esiste ufficialmente.
Morale? Stipendi bassi e poco riconoscimento professionale (Molto del lavoro quasi non viene neppure notato e mi ci serve un certo impegno a far notare che il successo di certe iniziative non è frutto della casualità).

I parenti mi chiamano “il manovale laureato”. E a volte, nelle giornate no, lo penso anch'io.

Un giorno per esempio mi trovavo in un palazzo della Regione Veneto a Mestre e stavo attendevo il mio turno per discutere di una pratica. Mentre aspettavo in corridoio, un operaio riempiva il distributore automatico di bibite e chiacchierava con un usciere. Parlavano di crisi economica, di fannulloni, i soliti discorsi da ufficio pubblico. Ad un certo punto l'operaio rivelò all'usciere l'ammontare del suo stipendio. Ci rimasi di sasso. Per riempire distributori di bibite prendeva mensilmente cento euro più di me. Chiaro non ce l'ho con lui, non è lui ad essere sottopagato.

Potrei prendermela con la mia associazione e pretendere condizioni salariali migliori però conosco il bilancio e so che obiettivamente non possono fare di più. Un errore nel nostro sistema economico però c'è. Deve esserci, sennò questa ed altre situazioni, tipo quella che vado a raccontare non potrebbero esistere.

Qualche anno fa ero stato invitato al matrimonio di una mia compagna dell'università. Ricordo che ero un po' sorpreso nel rendermi conto di essere suo coetaneo quindi anch'io in età da matrimonio anche se nell'ambiente lavorativo e famigliare ero (sono) trattato rispettivamente da apprendista e da adolescente. Immaginate la mia sorpresa nel vedere che alcuni miei compagni di corso avevano addirittura procreato e autentici bambini piccoli giacevano addormentati nelle carrozzine. L'argomento principe con i compagni, visto che l'amore e la salute andavano bene era il lavoro. Cosa cioè la vita ci avesse offerto fin'ora in cambio di cinque anni di studio, tirocinio, tesi, esame di stato e iscrizione all'ordine. 

Alcuni facevano il dottorato di ricerca (affrontando importanti ricerche specialistiche) a ottocento euro al mese. Altri erano insegnanti precari, se avevano lunghe supplenze, per esempio per maternità, guadagnavano anche discretamente però l'anno seguente sarebbe stato un'incognita.

Insomma o le professoresse fanno all'amore oppure i neolaureati tirano la cinghia. Altri lavoravano in cantina sociale, altri facevano i giardinieri e altri collaboravano presso studi tecnici. Lavorare in uno studio tecnico è la migliore strada per farsi una professionalità.

La differenza fra le nozioni apprese all'università e le conoscenze utili per lavorare è la stessa che passa tra il recitare l'alfabeto e comporre articoli di giornale.

Mi aveva colpito il racconto di una ragazza, una giovane laureata come me in Scienze Forestali.

Insomma, spiegava, vi presentate presso un libero professionista che in vostra presenza si atteggia come uno chef francese al cospetto dell'ultimo lavapiatti extracomunitario. Più o meno ti spiega di cosa si occupa e poi ti chiede se ti interessa.
Non si parla di remunerazione. Se timidamente chiedete qualcosa a riguardo il tizio o meglio il dottore ti risponde: “Ehi, prima vediamo se sei all'altezza poi vedremo”. Prima di capire se siete all'altezza devono passare mesi, meglio se ogni tanto fai presente la tua situazione, magari con una battuta per non essere troppo diretti.

Alla fine sì, il grande maestro ti fa presente che nonostante tutto non sei malissimo (se effettivamente hai stoffa), che puoi aprire partita IVA e lui dividerà i compensi delle pratiche portate a termine con te. Ti offro un lavoro flessibile, ti dice salendo sulla sua BMW nuova, non esistono altre soluzioni contrattuali sennò devo chiudere bottega.

Teoricamente, secondo questo concetto di flessibilità, l'illustre professionista ti propone alcuni progetti accordandosi su obiettivi, metodi, scadenze e compenso. Beh, penserete che così, da libero professionista, potete scorrazzare per il territorio come un free lance, collaborare con chicchessia incluso portare avanti progetti vostri. Largo ai giovani! Venga competitività!

Non proprio. Anche se non sta scritto in nessun contratto avrete un orario di lavoro di otto ore, nel quale oltre ai progetti sbrigherete anche un po' di faccende di segreteria (telefono, fax, archivio fatture ecc.), se vi passa per le mani un cliente lo condurrete in studio, diversamente è alto tradimento. La vostra vita è disciplinata da un regolamento interno come in qualsiasi ufficio.

Insomma siete a tutti gli effetti dei dipendenti. L'unica cosa che vi manca, particolare non trascurabile, sono i diritti dei dipendenti: ferie, malattia, gravidanza, aspettativa., tredicesima. Niente di tutto questo e se un giorno per caso litigate col capo, egli, il dottore, l'esimio maestro, ti può legalmente cacciare via su due piedi. Ti fa letteralmente scomparire con la bacchetta magica.

Spero vivamente che questo caso sia un'eccezione, anche se non ne sono certo.

Qualche giorno fa scorrendo alcuni annunci di lavoro ne ho incontrato uno incredibile. Un vivaio cercava un operaio generico con laurea in scienze forestali. Uno si laurea per fare l'operaio generico? Il gioco era chiaro, ovviamente si offriva un incarico di una certa professionalità pagato però una miseria.

A conclusione di questo malinconico quadretto, considerando invece il profondo rispetto dimostratomi dai norvegesi per i quali io sono uno straniero, penso: perché deve essere proprio la mia patria a prendermi a scarpate?

22 settembre 2010

Ieri, oggi e l'Ipod

Ho già scritto da qualche parte che questa è la mia seconda esperienza in Norvegia. La prima volta è stata nel 2002. 

A seconda dei punti di vista otto anni possono essere tanti o pochi.

Per gli abeti che avevo piantato otto anni non sono poi molti; adesso sono alti circa mezzo metro.
Non parliamo poi delle montagne e dei ruscelli circostanti. Loro mi direbbero, sei stato via otto anni? Non ci abbiamo fatto caso, percepiamo la vita degli uomini come tu i lampi durante un temporale.

Questa storia degli anni mi incuriosiva così ho scrutato il mio volto allo specchio alla ricerca di cambiamenti e sì, ammetto che ci sono stati. Beh, niente di grave sono, diciamo, più maturo. Nel 2002 ero uno sbarbino. I capelli ora mi si sono schiariti per i quattro anni di lavoro all'aria aperta ma il fisico ancora tiene. 

Quanto alla storia della mia vita interiore otto anni hanno provveduto a sballottare, frullare limare, smussare il mio carattere per renderlo più adatto a questi tempi difficili. Sì, da questo punto di vista, ne è passata parecchia di acqua sotto i ponti.

L'aspetto però più sorprendente è il progresso tecnologico. Ci siamo mossi con rapidità. Ci credo che i nonni piangono e si sentono tagliati fuori. Quanto a tecnologia multimediale otto anni fa accendavamo il fuoco sbattendo due selci. Non ci credete? Vi faccio qualche esempio della mia vita norvegese di allora rispetto a quella di adesso.

Telefono
2002: Cellulare. Una chiamata veloce alla famiglia una volta alla settimana. Squilli agli amici. (Lo squillo era un gesto sociale preistorico. Si faceva il numero di un amico, si lasciava squillare il telefono una volta e si riattaccava. Lo squillo significava: “Ciao, ti penso! Stammi bene!”. Chi riceveva molti squilli poteva sentirsi soddisfatto del proprio valore sociale viceversa il contrario.
2010: Skype. Chiamate illimitate a tutti gratis e con web cam.

Posta elettronica
2002: Esisteva la possibilità di inviare e-mail, solo che dovevo andare a casa del mio vicino, chiedere in prestito il computer e scrivere velocemente perché il computer serviva anche ai figli.
2010: Con la tecnologia wireless e un portatile posso inviare e-mail tutti i giorni direttamente dalla mia camera.

Musica
2002: Cinque CD portati dall'Italia, un lettore CD a pile ricaricabili, carica batteria e cuffiette. Per integrare ascoltavo la radio locale
2010: Ipod da sette giga byte di memoria contente musica e podcast radiofonici in italiano, inglese e spagnolo. Possibilità di accedere a piattaforme quali youtube e Spotify.

Film
2002: Palinsesto della televisione norvegese che propone film in inglese sottotitolati in lingua locale.
2010: Film in stream su internet nella lingua che decido io.

Diario di viaggio
2002: Diario scritto a mano su fogli di quaderno
2010: Blog disponibile a tutti su internet

Foto
2002: Macchinette fotografiche usa e getta a rullino. Ho potuto apprezzare la qualità delle foto solo dopo il mio ritorno in Italia
2010: Macchina fotografica digitale con possibilità di filmare

Qualcuno potrebbe osservare che la mia prima volta in Norvegia è stata particolarmente dura. Niente affatto, non ho provato nessun disagio se non sai dell'esistenza dell'Ipod, delle macchinette digitali e di tutte le potenzialità di internet vivi comunque bene e senza ansie o tachicardie. Proprio non ci pensi.
Se leggete un vecchio libro del secolo scorso vi troverete senz'altro tutti i tormenti dell'animo umano però nessuno si lamenta che manca la corrente elettrica o che la maniera di comunicare per lettera non è abbastanza efficace. Troverete il personaggio del nonnino di turno che dirà: "I treni e il telegrafo! Invenzioni del demonio! Si stava meglio prima!"
Il problema della tecnologia è semmai dopo quando, per qualche ragione ci viene a mancare uno di quegli apparecchi dal design cult che ci accompagna nella quotidianità. E' lì che comincia la tragedia e subito capiamo chi è a servizio di chi.

20 settembre 2010

Oceano



Oggi ho guidato per qualche centinaio di chilometri perché mi andava di vedere l'oceano.

Otto anni fa la stessa esperienza mi aveva molto ispirato.

Dopo un'ora e mezza di viaggio ho riconosciuto lo scoglio di allora e lo spiazzo per parcheggiare la macchina.
Ho saltellato sui pietroni fino a trovarmi ancora una volta di fronte all'oceano Atlantico.

Io e l'oceano a confrontarci tu per tu. Ne ammiravo l'estensione, il colore severo dell'acqua, le onde che si infrangevano sui fiordi circostanti.

Immenso.

Stendendo la mano in piedi sull'ultimo lembo di terraferma indicavo l'America.
Che bella parola “l'America”, evoca in me futuro e speranza. Tutto ciò che era Europa (saggezza e radici) stava invece alle mie spalle.

Ero nella stessa situazione della “Canzone della bambina portoghese” di Guccini.
Solo che questa volta non c'era Guccini a darmi dritte filosofiche e a cantarmi: “Vivere, vivere, e poi... poi... vivere!”

Io e l'oceano. Il vento mi scompigliava i capelli ormai lunghetti e mi faceva stare bene.

L'America dall'altra parte.

Nel corso della mia vita, che è la vita di uno qualsiasi, ho avuto la fortuna di attraversare quell'oceano ben otto volte e, prima che finisca l'anno, compirò un'altra traversata.

Oggi godiamo di possibilità che nemmeno Re Sole poteva permettersi. Cultura, scienza, tecnologia, economia, tutto alla portata di mano.

La bellezza spesso tende la mano, se la tende a me la tende a tutti, ma chissà perché la rifiutiamo preferendo rimanere rannicchiati e impauriti. Le visioni grandiose sono sostituite da visioni ragionevoli o peggio, da pensieri di pura sopravvivenza.

La bellezza però c'è, esiste. Il mondo là fuori è bello.

Credo che quello scoglio innanzi all'oceano e la sensazione di assoluta libertà che ho respirato a pieni polmoni, faranno parte di quel cortometraggio che l'Altissimo mi proporrà nell'ultimo momento... certo allo scopo di sdrammatizzare.


12 settembre 2010

Ehi! quell'uomo!

Che pace! Qui è autunno inoltrato. 

Il bosco sembra in fiamme tutto colorato di giallo e di rosso e i profili dei monti sono così nitidi che ci si può divertire ad esplorarne i profili in tutti i dettagli. La natura sembra riposare prima di sbaraccare completamente e dar posto alla neve, al ghiaccio e alla lunga notte invernale.

Sembra una di quelle notti, dopo la festa, quando si abbassa la musica e si comincia a chiacchierare alticci, stanchi ma sereni.

Le zanzare non danno più fastidio, ho dovuto sopportare solo qualche vespa nell'ora della pausa pranzo. C'è un silenzio profondo ad avvolgere il bosco ogni tanto rotto dal richiamo di un uccellino, dal rumore della brezza sulle foglie delle betulle. 

Nient'altro.

Cinque giorni di bel tempo, sette giorni senza pioggia, quanto di meglio per chi deve piantare alberi.

Questa settimana ho messo a dimora 1800 abeti. I giovani alberi non erano più alti di trenta centimetri ma tutti sani e rigogliosi. L'obiettivo era quello di riforestare una conca fertile ed umida dell'estensione di circa due ettari e mezzo. Il sito è a mezz'ora di moto dalla casa nella quale vivo per questa ragione ho deciso di portarmi il pranzo al sacco.  Lungo il tragitto c'è un  da attraversare un guado perché il disgelo primaverile ha distrutto la pista forestale.

Il lavoro all'inizio è stato un po' complesso perché nella conca vi era una lussureggiante vegetazione erbacea e arbustiva che faceva perdere il senso di orientamento, qualcosa di seccante se ti hanno incaricato di piantare gli alberi a righe dritte (sesto di impianto 2 x 2). 

Dopo parecchie parolacce e riflessioni di geometria ho capito che l'unica maniera per fare righe dritte è piantare gli alberi a triangolo equilatero. Se ne piantano un paio (A e B) a 2 metri di distanza e il terzo C a 2 metri rispettivamente da A e a 2 metri da B. Si forma così un triangolo equilatero; aggiungendo alberi con questo criterio alla figura che si forma si ottengono righe molto precise.

La buca si scava con una specie di zappa succhiello, metallica. Premendo l'attrezzo con il piede si estrae una carota di terreno creando così il buco per l'albero. Il terreno è una specie di spugna morbida di muschio e humus nero. Da questo punto di vista, mettere a dimora abeti non è molto faticoso.

Ogni tanto facevo delle pause per sgranchirmi, scattare qualche foto e riflettere.

Pensavo che questi abeti saranno maturi più o meno nell'anno 2100 ossia a tagliarli saranno i figli dei miei nipoti. Ci pensate, in un mondo impaziente con tempi di consegna “24 ore”, “il prima possibile”, “entro una settimana al massimo”, sto svolgendo un lavoro che vedrà un risultato fra novant'anni.

E' affascinante, mi sto dedicando a qualcosa  che di sicuro andrà oltre la mia vita.

Mi sono immaginato quegli uomini che ora come ora non esistono nemmeno nei pensieri, che nasceranno, cresceranno, vivranno esperienze simili alle mie in un mondo, spero migliore ma che sicuramente andrà loro stretto.

Chissà se allora mi restituiranno la cortesia, se si renderanno conto che quella pecceta così geometrica non è naturale. E chissà come reagiranno se sapessero che a piantare quegli alberi è stato un italiano di cui si sono perse le tracce e dimenticato il nome.

Non so a voi ma a me capita di pensare a uomini lontani osservando prodotti esotici, specie il caffè. L'odore del caffè mi rimanda all'immagine di un gruppo di contadini colombiani don la pelle bruciata dal sole e dai vestiti chiari con i cappelli di paglia che chiacchierano fra loro a fine giornata. E' un immagine stupida, probabilmente non si vestono nemmeno così e quando hanno finito la giornata corrono a casa però il loro caffè mi parla di loro.

Anche la prossima settimana pianterò alberi, speriamo faccia bel tempo.

7 settembre 2010

Segnali di Fumo

Carissimi, forse avrei dovuto dirvi esattamente dove sto in uno dei primi post. Provo a rimediare lanciandovi un segnale di fumo con google. Capite perché l'indirizzo di questo blog è: "In cima al mondo". Un saluto a tutti voi!



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29 agosto 2010

Non mi manca niente

Questa settimana ho lavorato in un'area piuttosto sperduta sul versante della montagna. Quando Marcus me l'ha mostrata non ho fatto proprio salti di gioia. Si trattava di un pendio scosceso nel quale era stata messa a dimora una quantità di giovani piante di abete rosso.

L'abete, apprezzatissimo per la qualità del legname, non è un albero autoctono; viene piantato artificialmente nei terreni più freschi e fertili. Un terreno fresco e fertile lo si riconosce dalla lussureggiante vegetazione erbacea in cui predominano le felci che ti possono arrivare fino alla coscia.

Immaginate cosa vuol dire lavorare in un ambiente così.

Oltre a ciò mi è stato chiesto di tagliare cespugli e alberi cresciuti nella sede di una vecchia strada forestale: erano così fitti che la strada di fatto era impraticabile.

Fra i due incarichi, detti la precedenza alla strada che si inerpicava sul versante della montagna.

Lavorai duro per giorni interi.

Quando facevo una pausa per andare a recuperare la tanica della benzina mi sorprendevo di quanta strada avessi fatto. Inesorabilmente, metro dopo metro, avanzavo. Percepivo un forte simbolismo in questa attività.

Dopo un paio di giorni provai a percorrere il nuovo tratto di strada con il mio Quad o, come dicono gli angofoni, ATV (All terrain veicle).

Fu un grave errore, il veicolo “per tutti i terreni” in realtà è un veicolo per quasi tutti i terreni. Se percorrete una strada in salita invasa da rami e polloni tagliati rischiate di ribaltarvi.

Quando vidi che la ruota sinistra non aderiva più alla strada e io ero fortemente sbilanciato sulla sella cominciai a sudare dalla tensione. Facendo marcia indietro e pregando di non far cazzate, riuscii a recuperare il mezzo e fare dietro front.

Se mi succedeva qualcosa ero a venti minuti di distanza dalla prima casa. Non vedendomi arrivare Marcus and family avrebbero dato l'allarme solo dopo le sette di sera. E io avrei atteso ferito o con qualche osso fratturato magari con il quad rovesciato addosso.

Strizzai la maglietta fradicia e sgomberai la strada da tutti i rami. Fu un lavoro di ore. Fatto ciò, non contento, tagliai raso tutti gli spuntoni che ancora spuntavano insidiosi.

Ora ero proprio curioso di scoprire dove conducesse la strada. Avevo faticato per centinaia di metri. Le strade forestali in realtà non vengono costruite allo scopo di collegare due località bensì quella di fornire un accesso al bosco ai mezzi meccanizzati per le operazioni di utilizzazioni e per l'antincendio boschivo.

Mi ci volle un altro giorno di lavoro per finire. La strada arrivava ad una radura circolare piuttosto insignificante. Le solite betulle, le solite piantine di mirtillo, qualche pietra affiorante coperta di licheni e un vecchio tronco schiantato.

Pensai, beh che cosa ti aspettavi, di arrivare ad una miniera, ad una casa abbandonata, ad un villaggio sperduto fra i boschi? No, una semplice radura.

Sorrisi della mia ingenuità e sedetti sul tronco a riposare.

Fu allora che aprii gli occhi e mi resi conto che da lì si la vista spaziava sul magnifico panorama della vallata. Vedevo le montagne circostanti, il profilo di ogni monte, i graffi rocciosi scavati dai ruscelli, le distese dei boschi, il verde grigio dei pini e quello più scuro degli abeti. Vedevo il fiume Malselva scorrere placido come un serpentello silenzioso, vedevo le anse sabbiose, l'acqua trasparente e fredda e poi, sparse, le casette di legno degli abitanti.

Mi colse un senso quasi di euforia.

Pensai, dannazione non mi manca niente. Ed era vero. Ero in perfetta salute, avevo un lavoro, vestiti, cibo nessuno mi perseguitava, sedevo su un tronco per una pausa che io avevo deciso e mi godevo un panorama magnifico, e cosa ancora più sorprendente, ero l'unico uomo al mondo che in quel momento godeva di una simile vista da lì.

Pensai, guarda quanta bellezza.

Chissà perché, come molti, solitamente me ne vado in giro appesantito da un fardello di frustrazioni, indaffarato nel compito sciocco e inutile di accontentare le aspettative della gente.

Vi deludo volentieri, ragazzi, lasciatemi fra le montagne e arrangiatevi.

22 agosto 2010

Notizie della settimana e una lettera del sindaco di Verona

Anche questa settimana è andata. Adesso comincia a rinfrescare. Si parte la mattina presto con 11°C per arrivare nelle ore più calde a 20-22°C. Ci sono stati sette giorni di bel tempo, una specie di miracolo!

Ci sono altre buone notizie che vale la pena registrare nel diario di bordo: è finita la stagione dei tafani e anche le zanzare cominciano a fare le valigie.

Mercoledì sera ho assistito ad una pesca fortunata. I nipoti di Marcus hanno preso due salmoni da cinque chili ciascuno. Erano orgogliosi e si sono fatti immortalare dalla mamma in posa plastica con canna da pesca e preda.
Il papà aveva invece provveduto a fracassare il cranio dei salmoni con una pietra per evitare che i pesci si dibattessero durante la foto.

Finita la stagione dei salmoni si aprirà la stagione delle alci. Via le canne da pesca e mano ai fucili. Marcus scherzando mi ha detto di vestirmi vistosamente quando vado a lavorare in bosco.

Fra qualche settimana però cambiò attività. Vado a riforestare un'area con pini e abeti. Il lavoro viene pagato 1,50 NOK a pianta. Il committente vuole che siano messi a dimora 5000 alberi. Cambiare mi farà bene.
A parte la lama del decespugliatore, da qualche giorno a questa parte cominciava a girarmi anche altro.

Mettere a dimora alberi è un lavoro silenzioso e tranquillo. Dopo il primo giorno, se la memoria non mi inganna, ti viene male alla schiena per i continui piegamenti però dopo basta.

Durante il lavoro mi tengo compagnia ascoltando Podcast, ovvero delle registrazioni di vario tipo messe a disposizione in internet. A parte i corsi di lingua (In tutto il web manca proprio il norvegese) di inglese e spagnolo ascolto“economica” del gruppo Macchianera, e “la Aradio” che una trasmissione radiofonica fai da te molto divertente di un duo di Barcellona. Paradossalmente lavorando sto imparando più cose sulla Spagna  che sulla Norvegia.

Ho ricevuto anche posta. La mia famiglia è stata così gentile da mandarmi la corrispondenza di questi mesi: resoconti bancari (poco interessanti) e una lettera del sindaco  Flavio Tosi.

Fa effetto ricevere la lettera del sindaco della tua città quando sei all'estero.
Pensavo fosse un'autosviolinata del tipo: 
“Caro elettore, la Lega continua ad avercelo duro, se non sei un immigrato, dormi sonni tranquilli”. Invece no.

La missiva (due pagine) era molto attenta, specifica e mi riguardava.

Tosi mi rimproverava di aver accusato via lettera il Comune di Verona di aver compiuto una scelta azzardata circa l'apertura dell'inceneritore dei rifiuti di Ca' del Bue. Tosi scrive che un'apposita commissione ha valutato attentamente tutte le possibili scelte tecniche optando per la termovalorizzazione dei rifiuti. La lettera parla dell'esistenza di tecnologie più avanzate però Verona non vuole investire in tecnologie non ancora sperimentate su vasta scala.

Ciò ricalca in pieno lo spirito progressista e lungimirante dei panciuti borghesi della mia città.

Sarà un altro sindaco in un'altra città a rischiare con un impianto di nuova generazione, qui da noi no.

Investiremo in un impianto vecchio capace di offrire maggiori garanzie tecniche perché già sperimentato. Intanto per chi non lo sapesse, si è formato un comitato che è contrario all'inceneritore e gli abitanti del mio quartiere affiggono lenzuola con la frase: “L'inceneritore? Una follia”. Hanno paura di ammalarsi. Il sindaco afferma che non è vero che le emissioni di un inceneritore sono dannose.

Dunque? Faccio respiri profondi di aria pulita norvegese. Non lo so, ma può darsi che in futuro ne avrò nostalgia.

15 agosto 2010

Tassista abusivo

Una delle mie mansioni da qualche settimana a questa parte è quella di tassista abusivo. Accompagno Marcus & friends alle rispettive case dopo che hanno fatto bagordi.

Il che avviene spesso.

Chiaro non mi salgono in macchina marci e unti, non devo accostare per farli vomitare, però senz'altro si sono bevuti i loro dieci o quindici bicchieri di vino celebrati in festosi brindisi.

Qui la politi (polizia) è severissima in fatto di guida in stato di ubriachezza. Nessuno prova a tornare a casa guidando dopo aver bevuto. Le conseguenze sarebbero troppo orribili per rischiarla.

Marcus, come vi ho già detto, ama il vino italiano specie il doc di Verona. La maggioranza dei norvegesi però opta per il vino in cartone spagnolo, greco o francese che ha il sapore di un ruvido, però ben ruvido, merlot da cucina.

Tutto è cominciato due settimane fa con una timida richiesta da parte di Marcus che doveva andare al compleanno di un suo vecchio amico, poi visto il successo dell'iniziativa, almeno un paio di volte alla settimana divento tassista.

L'aspetto positivo della faccenda sono le mance. Ieri mi sono beccato 100 corone (12 euro) per un tragitto di quattro chilometri.

L'aspetto negativo invece è che per quanto detto sopra io non posso bere niente. Una delle piaghe nazionali qui è l'alcolismo però io qui sono praticamente astemio.

Marcus un paio di volte mi ha offerto una birra verso le sei dopo il lavoro. Però occhio a come Marcus si beve la birra delle sei.

A Verona, sedevo al tavolino del bar con i colleghi, ci si rilassava e, chiacchierando del più e del meno, ci si scolava amichevolmente il boccale.

Qui Marcus sottrae furtivamente la bottiglia da 33 dal frigo, si guarda intorno per vedere che non ci siano bambini nei paraggi, butta giù qualche sorso e poi nasconde la bottiglia nella dispensa. Dopo qualche minuto beve ancora e alla fine butta via il vuoto.

E' troppo squallido bere così, perciò rinuncio.

Una notte sono dovuto andare a prendere Marcus ad una festa all'aperto alla quale partecipavano una cinquantina di persone.

La location era presso la riva del fiume Malselv, in un'ansa ampia e sabbiosa.

Avevano montato un tendone, allestito le tavolate, disposto letti braci sulle quali arrostivano salsicce e salmone. Sui tavoli si contavano centinaia di cartoni de vinassa, e lattine di birra Mack.

C'erano anche due campi da pallavolo per il torneo. (Questo credo si sia disputato prima di cominciare a bere).

Ricordate, i nordici prima del ristoro gradiscono praticare un'attività fisica. Se ricevete ospiti norvegesi prima del ristorante o della bevuta proponete loro una passeggiata, un giro in bici, una discesa con gli sci. Apprezzeranno!

Quella volta arrivai a festa inoltrata. Il clima era molto piacevole. In questa specie di eterno tramonto, sullo sfondo delle acque chiare del fiume, i bambini correvano e giocavano, gli adolescenti scaricavano files con i cellulari o confrontavano il contenuto dei rispettivi I-Pod. Gli adulti sedevano ubriachi fra nugoli di zanzare parlando principalmente di pesca. L'odore era quello della carne, del pesce, del vino e del repellente per zanzare.

Mi venne incontro la moglie del figlio di Marcus in braghette corte e infradito chiedendomi perché non fossi venuto prima. Le spiegai quella formalità che si chiama “invito” tramite la quale gli invitati appunto sono informati per tempo dell'evento e possono dichiararsi benvenuti.

Che peccato, che peccato disse e poi fu inghiottita nella folla. Incontrai Karl l'istruttore forestale. Era mas allà del bien y del mal. Si aggrappò al mio braccio con una presa dannatamente troppo gay per i miei gusti. Pescava parole in inglese dalla sua mente ormai resa melmosa dall'alcol. Mi chiese se gradivo un caffè e io accettai. Giurerei che allontanandosi mi abbia addirittura palpato il culo.

Andò a prendere una tazza di caffè e poi si fermò a parlare con con qualcuno. Mezzora dopo credo si sia chiesto che cosa ci faceva con una tazza di caffè in mano e gettò il contenuto nel fuoco.

Lavorai molto quella notte guidando un pulmino (senza avere la patente adatta) per riportare a casa le famigliole. Bella serata.

11 agosto 2010

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1 agosto 2010

Due mesi di solitudine


Che rapporto avete con la solitudine? Vi è mai successo di vivere per un tempo senza altri esseri umani nei paraggi? Solo immaginarlo spaventa, vero? I miei contatti con il mondo sono fatti di telefonate, mail, libri e canzoni.

Con la gente locale ovvero con la famiglia del mio capo parlerò mediamente cinque minuti al giorno. I valligiani sanno di me però non fanno a pugni per venirmi a conoscere e mancando qui luoghi di aggregazione sociale quali bar e piazze la cosa si fa difficile anche per me. In bosco sono completamente solo.

E' in quel contesto che l'esperienza della solitudine si fa totale.
Ci sei tu e basta.
Ad istinto ci verrebbe da rifiutare una situazione del genere ed io inganno il cervello come in altri contesti spiacevoli convincendomi che è una situazione temporanea e che il tempo vola. Ed è vero, sono già passati due mesi.
Durante il lavoro quindi chiacchiero con me stesso. Mi racconto la mia vita, analizzo situazioni, mi do la mia opinione sui fatti di attualità, sulla politica, sul lavoro. Mi diverto a fare ritratti di persone. Mi chiedo, che ne pensi di tizio o di tizia? La mia mente dispone anche di una discreta biblioteca e rievoco brani di libri letti o di film visti. Anche in questo caso mi diverto a stilare analisi e commenti. Jhon Fante povero e Jhon Fante ricco. Steinbeck e il mondo agricolo. In “Furore” parlava già di uso sostenibile delle risorse. La poesia di “Uomini e topi”. Il tutto ovviamente un po' sconclusionato come lo è ogni flusso di pensiero.
Infine riemergono i ricordi personali e i volti delle persone. Allora cala la malinconia. Converso con le ragazze che ho amato e perduto i cui visi delle volte hanno perso molti dettagli. Quelle che ho avuto e quelle che mi hanno respinto. E alla fine mi trovo a sospirare ...sarebbe bello che... ah! se fosse andata in un altro modo... Ah! Se lo avessi capito prima...Ah! se fossi stato diverso... Ah se non avessi indugiato... poi il tutto sfuma e, se allungo un braccio, non tocco niente.
Gli amici. Le serate di baldoria in montagna. Il sentirsi un gruppo. La birra. Le ore piccole. Guardare le stelle prima di andare a letto. Raccontatemi di una festa. Su raccontatemi degli ubriaconi, di paese, delle ragazze facili. Dobbiamo sbronzarci, dobbiamo scoparcele tutte, dobbiamo andare al mare e guardare le onde di notte e respirare la salsedine.
Dove siete amici?
E poi la solitudine ti fa l'ultimo scherzo, forse il più duro. Cominci a pensare che niente importa e che tutto è profondamente sbagliato.
Qui però entra in gioco la virtù che mette fine a queste stronzate ricordandoti che la mente il più delle volte partorisce pensieri che non ti appartengono.
Se devo stare qui fino ad ottobre preferisco deprimermi o uscirne migliore?
Così mi sono fatto mandare dall'Italia un I-pod e l'ho riempito di musica e di pod cast di trasmissioni di approfondimento ed altre di intrattenimento leggero, corsi di spagnolo e inglese.
Adesso in bosco mentre lavoro chiacchiero con me stesso, canto, imparo le lingue e seguo l'attualità.

Insomma sono ancora in piedi.

Tusen Takk!

Sapete, siete circa in quaranta a seguire questo blog e ciò mi fa piacere perché non credevo che tanti fossero interessati a leggere le mie riflessioni.

Chiaro che un blog serio conta migliaia di visite giornaliere e a confronto il mio è cosa modestissima però la vedo bene e quaranta è il numero ideale per riempire una sala di una pizzeria per una cenetta conviviale.
Siete un pubblico scelto e colto e vi premio non aggiungendo al blog quelle cose da basso proletariato come banner di suonerie di cellulari, di siti di gioco d'azzardo e di siti porno a pagamento rinunciando agli introiti. Lo sapevate vero che se perdete tutti i vostri risparmi giocando a poker in internet parte di essi vanno a chi ha ospitato il banner galeotto? Poca roba, s'intende però è tutta una sporca filiera, dal grande trafficante allo spacciatore di quartiere.
Giocheremo pulito continueremo a parlare di Norvegia, di lavoro in bosco e di vita! Polemizzeremo un po' se necessario, ma niente colpi bassi.
Molte grazie! Tusen Takk!



13 luglio 2010

Punto della Situazione

Qualcuno di voi si sarà preoccupato non ricevendo aggiornamenti quotidiani sul blog. Rassicuratevi perché è tutto a posto; sono vivo e vegeto.

Ho soltanto cambiato casa.
Prima alloggiavo presso la casa del mio capo. Avevo una cameretta tutta per me e il permesso di utilizzare tutto quanto, quindi potevo pescare dal frigo, servirmi della lavatrice, dell'automobile e della connessione internet. In occasione del compleanno del mio capo (evento che vi descriverò nel dettaglio in un prossimo post) mi è stato proposto di traslocare in un appartamento indipendente per far posto agli ospiti che sarebbero giunti per l'occasione anche da lontano.


Naturalmente avrei dovuto pagare l'affitto del nuovo appartamento. Per me andava bene. In questo modo avrei perso sì dei soldi ma avrei anche avuto modo di sincerarmi se vivere in Norvegia a fare il boscaiolo fosse o meno conveniente applicando la formula:

Guadagno = Salario – (Affitto + Vitto).

E poi un po' di distanza col capo non poteva che portare giovamento; intendiamoci la convivenza andava benissimo però credo che il detto che l'ospite sia come il pesce che dopo tre giorni puzza abbia valenza internazionale.
Sembra incredibile ma nella valle di Målselv è difficile trovare appartamenti vuoti. Provammo prima con il genero del mio capo che aveva una casa nel centro di Rund Haug che in dicembre sarebbe stata trasformata in uno studio medico nel quale si sarebbe installata la moglie.

L'appartamento era un po' squallido, senza mobili, reti dei letti abbandonate un po' dappertutto. Mi ci sarei anche trasferito, il problema era che qualcun altro lo aveva già occupato. Sulle reti c'erano sacchi a pelo e sul tavolo i resti dell'ultimo pranzo. Allora il genero del mio capo mi informò che prima di partire per le vacanza i ragazzi del piano di sotto avevano chiesto di poter occupare anche quell'appartamento. Gli avevano promesso che gli avrebbero inviato una lettera che però il genero non ricevette. Morale: non se ne fece nulla. Sulla strada del ritorno il genero, un manager con i capelli pettinati all'indietro e la puzzetta sotto il naso ripeteva: “Every day there's a new surprise!”

Va beh! Allora il mio capo contattò suo figlio il quale è direttore di un centro di accoglienza per ragazzi disadattati che mi propose di usare una delle case del centro ma dovevo sbaraccare in caso di nuovi arrivi. Accettai.

La casa è più che decorosa. Interamente costruita in legno e immersa nel verde, luminosissima, conta di una sala – cucina, un salotto con televisione, due bagni e quattro camere da letto singole.
L'unica pecca è fuori dalla zona wireless e quindi non posso connettermi ad internet.

L'arredamento è moderno e di stile nordico, aprite un catalogo Ikea e capirete.

Sarebbe da attaccarci un migliaio di palloncini, come nel film “Up” della Pixar e trasportarla a Verona per utilizzarla come foresteria per i volontari dell'associazione. Sono sicuro che nessun volontario oserebbe fare un'osservazione del tipo, è piccola, è scomoda, non c'è privacy.

2 luglio 2010

A te piaceva Ingrid III

Verso fine agosto venne da me perché nella mia cantina c'erano delle cose che voleva mettere in valigia. Partiva per l'Australia.

Mentre lei trafficava in the basement io mi tormentavo in camera camminando avanti e indietro.

Sapevo che non l'avrei più rivista. Quando la sentii uscire, preso dall'ansia, afferrai la macchinetta usa e getta di cartone. Mi precipitai fuori e le chiesi il permesso di scattarle una foto.


Lei mi guardò meravigliata come se le avessi chiesto di tirarmi su la zip dei pantaloni però acconsentì. Suo fratello, alla finestra, stava assistendo alla scena e rideva.

Vorrei proprio mostrarvi quella foto, ragazzi. Negli anni a seguire mi capitò spesso fra le mani.

Lei a figura intera, espressione sorridente, senz'altro pensava “Ma ne hai altre?” indossa un paio di ciabatte di plastica nere, il pantalone di una vecchia tuta sportiva, una canottiera colorata. A lato due sacchetti di plastica del supermercato pieni.

Ecco come ho immortalato il mio fiore norvegese.

Il Dario trentenne sfotte spesso quello ventiduenne. Gli dice: “Se non puoi scopartela, falle almeno la foto, eh!”

Da allora non l'ho più rivista né ho cercato di mettermi in contatto con lei.

Dopo otto anni sono di nuovo in Norvegia. Adesso lavoro nei boschi vicino a casa sua, dove probabilmente da bambina lei andava a raccogliere i mirtilli o a giocare.

Una sera il mio capo mi dice, a te piaceva Ingrid. E io rispondo, mi ricordo, mi ricordo bene di lei. E non dico altro. E lui mi racconta cosa ne è stato di Ingrid.

Si è laureata in Australia, poi è tornata in Norvegia, ha avuto un ragazzo per alcuni anni però non ha funzionato così è tornata a Melbourne per fare anche un Master.

Ora è lì. Un posto più lontano di Melbourne credo sia la luna.

Se scrivo il suo nome su facebook appare una sua foto. Anche questa in bianco nero. Lei di spalle, schiena nuda, ha una tavola da surf sottobraccio. In testa un berretto viola, unica nota di colore nella foto.

Facebook mi fa presente che Ingrid non condivide tutte le sue informazioni personali con tutti, che scoperta! Se voglio posso chiederle l'amicizia o mandarle un messaggio.

Non farò niente di tutto questo. Mi limiterò a fare un bel lavoro al suo bosco.

Quando tornerà fra qualche mese o fra qualche anno sarà il mio lavoro ad aspettarla. Un bosco perfettamente diradato, pini che crescono dritti, incremento legnoso massimo, pochi cespugli così si può passeggiare all'interno per raccogliere i mirtilli. Io sarò il mio lavoro.

E se guardando il suo bel bosco curato con amore e con perseveranza cercherà l'uomo allora proverà amarezza perché, Ingrid, tu mi cercherai ma io non sarò più.

1 luglio 2010

A te piaceva Ingrid II

Se Ingrid aveva viaggiato? Certo, era andata a visitare sua zia negli Stati Uniti, era stata in Francia, in Spagna, in Inghilterra. E sai cosa? Anche in Italia. Aveva visitato Roma, Firenze, Venezia e Verona per via di Gardaland. Ossia era stata nella mia città. Verona non l'aveva colpita granché perché non ne ricordava i particolari.

Eh sì, piccola città di provincia tana di bigotti e ignoranti! E' la mia città per bacco! E non ti colpisce?

Raccontava il tutto in un inglese meraviglioso, decisamente meglio del mio, maccheronico e con abbondante grana padano.

Fra qualche settimana sarebbe andata a Londra a fare un po' di shopping.
Shopping a Londra? Ossia prendere un areo per andarsi a comprare dei vestiti? Pensavo lo facessero solo le star di Hollywood. Andiamo avanti, e gli studi?
Certo gli studi. In settembre sarebbe partita per L'Australia, Melbourne, per laurearsi in tecniche della multimedia. Il suo programma risultava cento volte più prestigioso rispetto alle mie modeste intenzioni alla facoltà patavina. All'epoca mi sarei cagato sotto al pensiero di andare a studiare in un altro stato. Vivevo abbastanza umiliazioni in nella mia lingua immaginati in inglese.

Rimasi a bocca aperta.

In questo piccolo paesino sperduto sopra il circolo polare mi ritrovavo in compagnia di una ragazza bella, intraprendente, ricca e matura. Cosa potevo raccontarle? Niente e lei mi tolse d'impaccio perché non mi fece nessuna domanda.
Dopo aver scritto a casa che tutto andava alla grande mesto mesto pensavo: e io cosa sono? Uno sputacchio di mediocrità made in Italy. Non avevo nemmeno scritto io all'amica norvegese di mia madre per mettermi d'accordo sui dettagli di questa esperienza. Un bimbo, praticamente.

Qualche giorno dopo il padre di Ingrid, il mio vicino di casa, mi propose di salire in macchina con lei che andavano al negozio di alimentari così avrei capito dov'era.
Guidava lei. Ossia tutto questo che vi ho scritto più il fatto che guidava lei. Il mio atteggiamento era leggermente umile. Caricai le borse della spesa in bagagliaio e nella strada del ritorno dissi:
“Senti Ingrid, ogni tanto potremo farci qualche altro giro insieme così mi fai conoscere i dintorni”. Era una proposta gentile, senza allusioni (e come potevo farne?). La risposta fu:
“Perché non ci vai con mio padre? Lui sa un sacco di cose”.

Si certo, poteva anche andarmi peggio, penserete voi. Poteva darmi uno schiaffo e obbligarmi a scendere in mezzo al niente magari dandomi dello stronzo. Però anche così, credetemi, brucia.
Nei successivi tre mesi ci scambiammo credo cinquanta parole incluse congiunzioni e avverbi.
Per inciso, non era incazzata con me. Con senno di poi l'atteggiamento era dovuto alla normale cultura nordica e al disinteresse per me.

A me invece piaceva. La sorella soffriva di un disturbo psicologico che le impediva di avere relazioni con gli altri e quindi era perdonata.
Insomma, per quello che ne sapevo Ingrid era l'unica ragazza in un raggio di decine di chilometri quadrati. Quando andavo a far visita ai vicini per mandare le mie mail, Ingrid non interrompeva le sue faccende per offrirmi che so un te, un caffé o chiedermi: “How was your week?” Io la salutavo con un cenno e un sorriso.

A casa trovai una cornice con una foto sua in bianco e nero che la ritraeva sorridente. Misi la foto sul comodino. Poi un giorno feci una foto della foto con una macchinetta usa e getta. Le fotocamere digitali agli inizi del decennio erano pressapoco come i cellulari degli anni '80. Nel 2000 negli Stati Uniti mi era capitato di usarne una. Bisognava inserire un floppy disk. Dopo tre foto il floppy andava sostituito perché era pieno. Immaginate un po'.

La foto della foto di lei. Riuscite ad immaginate un momento più basso della vita di un uomo?

Ebbene ci fu. (Continua)

30 giugno 2010

A te piaceva Ingrid

Il nome è inventato che mi piaceva invece è vero. E a chi non sarebbe piaciuta? Sopratutto se vivi in una casa in mezzo al bosco e Ingrid è la figlia del tuo vicino. Sopratutto se hai ventidue anni.

Questa che vi racconto è una storia vecchia, risale al 2002. Credo vi possa piacere perché ha un che di tragicomico. Tutte le storie migliori sono drammatiche.
Prendete il cinema. Prendete la letteratura. Prendete la musica.
Le storie happy end invece vanno bene in tv in prima serata per le famiglie, vanno bene per i popcorn e la Coca Cola, il giorno dopo si sono già dimenticate. Che qualcuno mi racconti ora la trama di “Herby il Maggiolino matto”.

Pare che all'umanità, me compreso, piaccia prenderlo in quel posto però in maniera grandiosa creandoci un contesto epico e drammatico con tanto di colonna sonora e primi piani sui nostri volti sofferenti perché la gente possa meglio compiangerci.
Io andavo davvero forte in questa pratica negli anni novanta.

Questa che vi racconto non è nemmeno una delle storie più tragiche che mi siano capitate, solo che ha lo sfondo norvegese. E in questo blog si parla principalmente di Norvegia.

La mia prima esperienza norvegese risale dunque all'estate 2002.
Alloggiavo presso la casa di una signora (amica di mia madre) che viveva ad Oslo. Vicino a lei vive suo fratello con la moglie e cinque figli. All'epoca del mio arrivo papà, mamma e figli maschi erano in vacanza in Portogallo.


Mi accolsero le due ragazze: una biondina cicciotella e l'altra, Ingrid, un'adorabile morettina fatta di aggraziatissime curve e una faccina pulita da elfo. Le due mi fecero vedere quella che sarebbe diventata per qualche mese la mia casa e poi anche quella dove vivevano loro. Erano davvero gentili e ben disposte.

Nella mia ignoranza riecheggiavano tutti quei racconti unti dei compagni di classe che descrivevano la scandinavia come l'isola delle sirene. Non ne trovi una brutta, oh! non ne trovi una brutta! Te la danno, te la danno come il pane. E avanti.

Belle ragazze, dunque, belle e facili. E Ingrid che cos'era? Una bella ragazza che ha vissuto in un paesino di poche anime, di gusti semplici perché non educata alle arti e alla filosofia, che avrebbe potuto vedere in me la svolta della sua vita. Eh sì, perché io studiavo nella prestigiosa Università degli Studi di Padova, ero stato volontario del USDA Forest Service americano (la cosa, se ben raccontata, si poteva spacciare come “ho lavorato per il governo degli Stati Uniti”), andavo forte con la bicicletta da corsa, una rivista aveva pubblicato alcuni miei racconti. E poi avevo una felpa e dei pantaloni nuovi.

Mi ero quindi ripromesso alla prima occasione di farglielo presente alla bella campagnola nordica così non si innamorava, si stordiva proprio. E poi facile com'era come tutte le nordiche puoi immaginarti il resto.

Specifico che le due sorelle dopo il meraviglioso benvenuto non sono più venute a farmi visita, però nella loro casa c'era un computer connesso ad internet.
Così un sabato, con la scusa di mandare una mail, ho cominciato quella che apparentemente sarebbe dovuta essere un'innocente conversazione per impressionarla. (Continua)

20 giugno 2010

Volver

Ho un sogno ricorrente.

Non è proprio eccitante perché quando mi sveglio sento addosso un senso di stress e di frustrazione. E' un genere di sogno che ti rovina la domenica, non è per niente raccomandabile in un giorno feriale quando la notte serve a ricaricarti le pile.

Il sogno è questo. Per non si sa per quale ragione devo tornare all'università per un altro anno. Mi ritrovo così seduto in un banco di legno di un'aula a gradoni circondato dai vecchi compagni (che sono tutti stimati professionisti) ad ascoltare la lezione di un professore. L'atmosfera nel sogno è distesa, rilassata, ora siamo adulti e laureati. I professori non possono sfotterci. Ci danno del tu perché ci considerano quasi loro pari e non del “lei” per prenderci per il culo come all'epoca: “Venga lei alla lavagna che ha l'aria di non capirci molto”.
Insomma nel sogno seguo la lezione, prendo appunti, mi informo sulle novità dei miei compagni di corso rendendomi conto che da cinque anni non ci scambiamo piu'nemmeno un messaggio.