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3 ottobre 2010

Un lavoretto pulito


Affezionatissimi, oggi mi sento gioviale perché è giorno di paga. 

Ebbene in questa trasferta, nonostante la qualifica di semplice operaio, le mie entrate sono aumentate mensilmente dell'85% rispetto a ciò che percepivo in Italia. Non è poco, al netto delle spese in quattro mesi ho messo da parte l'equivalente di un anno di risparmi. Va detto che ho avuto il culo immenso del vitto e alloggio gratis, altrimenti mi sarebbe andata comunque bene ma non l'avrei fatta così grassa.

Ciò che ho percepito come operatore forestale è più o meno la paga di un addetto alle pulizie, 32% inferiore rispetto al reddito medio norvegese.

Se decidi di stabilirti in Norvegia contando su questo reddito non puoi permetterti lussi (per lusso intendo una birra che al pub costa dai 7 ai 10 euro) ma arrivi tranquillamente alla fine del mese.

Se poi professionalmente vali di più, non appena avrai imparato il norvegese potrai ambire a qualcosa di meglio. Lavoro per gente di buona volontà pare ci sia.

Chi fa veramente il botto sono gli ingegneri e i tecnici altamente qualificati. Ho letto alcune delle loro storie su internet. Non fanno la gavetta pulendo pavimenti, sono contrattati direttamente da grandi imprese multinazionali, specie quelle petrolifere, dove all'inizio, ci si può esprimere anche in inglese. (In un buon inglese, eh!) Gli stipendi in quei contesti sono molto alti.

Le storie di questi professionisti infatti traboccano di ottimismo, però ripeto, sono storie che ho letto nei blog di internet.

Anziché informazioni fumose di seconda mano provo qui a darvi più dettagli riguardo al mio lavoro forestale.

In Norvegia la maggioranza dei boschi appartiene ai privati. Le tecniche di coltivazione, gli abbattimenti, gli interventi strutturali come la realizzazione di strade forestali sono disciplinati da una normativa nazionale, come in Italia. L'ente pubblico incaricato di coordinare, di controllare, di autorizzare gli interventi boschivi è il comune. Ogni comune ha quindi il suo ufficio tecnico forestale.

Il governo mette a disposizione contributi economici per tutti quegli interventi boschivi detti colturali: sfolli, diradamenti e piantumazioni. Interventi necessari per ottimizzare la produttività del bosco ovvero volti a migliorare la qualità degli alberi e l'incremento legnoso degli stessi ma dai quali non si guadagna nulla.

Il governo rimborsa ai proprietari l'80% del costo di tali interventi. Non male, vero?

Inoltre i proprietari possono commissionare ai comuni il lavoro i quali a loro volta contrattano gli operai. Così per il proprietario forestale, lo spinoso problema del bosco si risolve riempiendo un modulo.

Ciò gli permette di svolgere altri lavori o di dilettarsi negli svaghi estivi come la pesca, le passeggiate, la raccolta dei mirtilli ecc.

Per l'operaio la retribuzione è a cottimo; un tot, negoziabile, per unità di superficie lavorata.

Se fosse una retribuzione oraria, il comune spenderebbe di più a controllare che gli operai non battano fiacca che a realizzare l'intervento.

Il lavoro a cottimo è vantaggioso anche per l'operaio il quale è libero di scegliersi il proprio orario di lavoro e i giorni di riposo. Quando l'area è completata chiama l'ispettore o il proprietario che verifica il lavoro svolto e assegna un altro incarico.

Per i diradamenti e gli sfolli mi ero imposto un orario di trentotto ore effettive settimanali. Sette o otto ore di decespugliatore forestale al giorno, credete, sono abbastanza, sforzarsi oltre si rischia di affaticarsi troppo e quindi è più facile che si verifichino incidenti. Con le lame non si scherza!

Lavoravo più ore quando c'era da piantare alberi; la fatica era minore quindi potevo darci dentro, senza rischi.
Dovevo dosare le forze per durare quattro mesi. Se avete visto qualche mia foto pubblicata nel blog avrete capito che non sono proprio un montanaro rustico alla Mauro Corona che fa colazione con polenta e salsiccia ed è capace di picconare per quindici ore filate in una cava di marmo.

Tra le difficoltà, per chi accarezza l'idea di dilettarsi nei boschi norvegesi, cito la pioggia, gli insetti, il peso e il rumore del motore degli attrezzi e l'isolamento.

Per il resto invece bene, l'ispettore e i proprietari forestali sono stati molto gentili e chiari nello spiegarmi ciò che avrei dovuto fare e, in caso di problemi, (per esempio per individuare i confini della proprietà) ricevevo immediati chiarimenti. 

Anche l'equipaggiamento e gli attrezzi che mi hanno messo a disposizione erano di ottima qualità. Pensate, usavo carburante ecologico ASPEN, che rilascia un quantitativo di emissioni tossiche di molto inferiore rispetto alla miscela tradizionale. In Italia il carburante ASPEN costa 3 euro al litro. 

Mi hanno insegnato a limare la lama del decespugliatore e la corretta tecnica di utilizzo per operare in sicurezza.

Per quanto riguarda la remunerazione come dato certo riporto:

Diradamento e sfollo con decespugliatore forestale: 250 €/ha (un ettaro = 10.000 mq, un quadratone di 100 metri x 100 metri)

Piantumazione di abeti 0,20 €/ cad: (Chiaramente si tratta di mettere a dimora migliaia di piante, per dare un'idea la mia produttività era di 60 piante/ora)

Operaio generico per segheria da campo: 11,25 €/h

A ciò dovete togliere le tasse. Appena avrò dati certi vi dirò a quanto ammontano.

E quindi, domanda delle domande conviene abbandonare l'Italia per ricominciarw in Norvegia? Dirvi semplicemente sì o no è fuori questione.

In libreria, visitando il reparto manualistica, avrete senz'altro notato quei libri dal titolo risolutivo: “Come diventare ricco sfondato”. Se sai come diventare ricco sfondato diventi ricco e sfondato; di certo non ti metti a scrivere un libro sul come diventarlo.Per questo genere di cose non ci sono regole fisse.

Uguale qui. Non esiste il manuale “Come realizzarsi in Norvegia”.

Ognuno di noi ha la sua storia personale, i suoi sogni e le sue aspettative e le capacità o meno di realizzarsi.

In Italia, come sappiamo, ci sono bravi giovani che non trovano l'opportunità per esprimersi professionalmente e ciò a causa di un ambiente che non li valorizza e sognano un'alternativa.
Ci sono anche giovani che non si realizzano a prescindere dalle condizioni politico sociali; sto parlando dei pigri, di quelli che non investono in sé stessi, che non si mettono in gioco, che non si criticano, che non si danno obiettivi che non sanno sacrificarsi.

Loro sappiano che un cambio di indirizzo non è in sé risolutivo.

Tutti gli altri, se lo credono possono tentare.

Per gli studenti c'è l'opportunità dell'Erasmus dal quale si possono cogliere preziose informazioni sulle reali possibilità professionali e soprattutto potranno studiare il norvegese.

Per gli altri il gioco si fa un po' più azzardato e costoso. Si tratta di investire qualche migliaia di euro per un periodo definito di permanenza nel quale proporsi alle offerte pubblicate negli uffici di collocamento.

L'esito dell'avventura dipende dai soliti fattori: capacità, carattere, spirito di adattamento e culo.

Insomma, come sempre, ognuno è protagonista e padrone del suo destino. Scusate se non posso aiutarvi di più.

12 settembre 2010

Ehi! quell'uomo!

Che pace! Qui è autunno inoltrato. 

Il bosco sembra in fiamme tutto colorato di giallo e di rosso e i profili dei monti sono così nitidi che ci si può divertire ad esplorarne i profili in tutti i dettagli. La natura sembra riposare prima di sbaraccare completamente e dar posto alla neve, al ghiaccio e alla lunga notte invernale.

Sembra una di quelle notti, dopo la festa, quando si abbassa la musica e si comincia a chiacchierare alticci, stanchi ma sereni.

Le zanzare non danno più fastidio, ho dovuto sopportare solo qualche vespa nell'ora della pausa pranzo. C'è un silenzio profondo ad avvolgere il bosco ogni tanto rotto dal richiamo di un uccellino, dal rumore della brezza sulle foglie delle betulle. 

Nient'altro.

Cinque giorni di bel tempo, sette giorni senza pioggia, quanto di meglio per chi deve piantare alberi.

Questa settimana ho messo a dimora 1800 abeti. I giovani alberi non erano più alti di trenta centimetri ma tutti sani e rigogliosi. L'obiettivo era quello di riforestare una conca fertile ed umida dell'estensione di circa due ettari e mezzo. Il sito è a mezz'ora di moto dalla casa nella quale vivo per questa ragione ho deciso di portarmi il pranzo al sacco.  Lungo il tragitto c'è un  da attraversare un guado perché il disgelo primaverile ha distrutto la pista forestale.

Il lavoro all'inizio è stato un po' complesso perché nella conca vi era una lussureggiante vegetazione erbacea e arbustiva che faceva perdere il senso di orientamento, qualcosa di seccante se ti hanno incaricato di piantare gli alberi a righe dritte (sesto di impianto 2 x 2). 

Dopo parecchie parolacce e riflessioni di geometria ho capito che l'unica maniera per fare righe dritte è piantare gli alberi a triangolo equilatero. Se ne piantano un paio (A e B) a 2 metri di distanza e il terzo C a 2 metri rispettivamente da A e a 2 metri da B. Si forma così un triangolo equilatero; aggiungendo alberi con questo criterio alla figura che si forma si ottengono righe molto precise.

La buca si scava con una specie di zappa succhiello, metallica. Premendo l'attrezzo con il piede si estrae una carota di terreno creando così il buco per l'albero. Il terreno è una specie di spugna morbida di muschio e humus nero. Da questo punto di vista, mettere a dimora abeti non è molto faticoso.

Ogni tanto facevo delle pause per sgranchirmi, scattare qualche foto e riflettere.

Pensavo che questi abeti saranno maturi più o meno nell'anno 2100 ossia a tagliarli saranno i figli dei miei nipoti. Ci pensate, in un mondo impaziente con tempi di consegna “24 ore”, “il prima possibile”, “entro una settimana al massimo”, sto svolgendo un lavoro che vedrà un risultato fra novant'anni.

E' affascinante, mi sto dedicando a qualcosa  che di sicuro andrà oltre la mia vita.

Mi sono immaginato quegli uomini che ora come ora non esistono nemmeno nei pensieri, che nasceranno, cresceranno, vivranno esperienze simili alle mie in un mondo, spero migliore ma che sicuramente andrà loro stretto.

Chissà se allora mi restituiranno la cortesia, se si renderanno conto che quella pecceta così geometrica non è naturale. E chissà come reagiranno se sapessero che a piantare quegli alberi è stato un italiano di cui si sono perse le tracce e dimenticato il nome.

Non so a voi ma a me capita di pensare a uomini lontani osservando prodotti esotici, specie il caffè. L'odore del caffè mi rimanda all'immagine di un gruppo di contadini colombiani don la pelle bruciata dal sole e dai vestiti chiari con i cappelli di paglia che chiacchierano fra loro a fine giornata. E' un immagine stupida, probabilmente non si vestono nemmeno così e quando hanno finito la giornata corrono a casa però il loro caffè mi parla di loro.

Anche la prossima settimana pianterò alberi, speriamo faccia bel tempo.

29 agosto 2010

Non mi manca niente

Questa settimana ho lavorato in un'area piuttosto sperduta sul versante della montagna. Quando Marcus me l'ha mostrata non ho fatto proprio salti di gioia. Si trattava di un pendio scosceso nel quale era stata messa a dimora una quantità di giovani piante di abete rosso.

L'abete, apprezzatissimo per la qualità del legname, non è un albero autoctono; viene piantato artificialmente nei terreni più freschi e fertili. Un terreno fresco e fertile lo si riconosce dalla lussureggiante vegetazione erbacea in cui predominano le felci che ti possono arrivare fino alla coscia.

Immaginate cosa vuol dire lavorare in un ambiente così.

Oltre a ciò mi è stato chiesto di tagliare cespugli e alberi cresciuti nella sede di una vecchia strada forestale: erano così fitti che la strada di fatto era impraticabile.

Fra i due incarichi, detti la precedenza alla strada che si inerpicava sul versante della montagna.

Lavorai duro per giorni interi.

Quando facevo una pausa per andare a recuperare la tanica della benzina mi sorprendevo di quanta strada avessi fatto. Inesorabilmente, metro dopo metro, avanzavo. Percepivo un forte simbolismo in questa attività.

Dopo un paio di giorni provai a percorrere il nuovo tratto di strada con il mio Quad o, come dicono gli angofoni, ATV (All terrain veicle).

Fu un grave errore, il veicolo “per tutti i terreni” in realtà è un veicolo per quasi tutti i terreni. Se percorrete una strada in salita invasa da rami e polloni tagliati rischiate di ribaltarvi.

Quando vidi che la ruota sinistra non aderiva più alla strada e io ero fortemente sbilanciato sulla sella cominciai a sudare dalla tensione. Facendo marcia indietro e pregando di non far cazzate, riuscii a recuperare il mezzo e fare dietro front.

Se mi succedeva qualcosa ero a venti minuti di distanza dalla prima casa. Non vedendomi arrivare Marcus and family avrebbero dato l'allarme solo dopo le sette di sera. E io avrei atteso ferito o con qualche osso fratturato magari con il quad rovesciato addosso.

Strizzai la maglietta fradicia e sgomberai la strada da tutti i rami. Fu un lavoro di ore. Fatto ciò, non contento, tagliai raso tutti gli spuntoni che ancora spuntavano insidiosi.

Ora ero proprio curioso di scoprire dove conducesse la strada. Avevo faticato per centinaia di metri. Le strade forestali in realtà non vengono costruite allo scopo di collegare due località bensì quella di fornire un accesso al bosco ai mezzi meccanizzati per le operazioni di utilizzazioni e per l'antincendio boschivo.

Mi ci volle un altro giorno di lavoro per finire. La strada arrivava ad una radura circolare piuttosto insignificante. Le solite betulle, le solite piantine di mirtillo, qualche pietra affiorante coperta di licheni e un vecchio tronco schiantato.

Pensai, beh che cosa ti aspettavi, di arrivare ad una miniera, ad una casa abbandonata, ad un villaggio sperduto fra i boschi? No, una semplice radura.

Sorrisi della mia ingenuità e sedetti sul tronco a riposare.

Fu allora che aprii gli occhi e mi resi conto che da lì si la vista spaziava sul magnifico panorama della vallata. Vedevo le montagne circostanti, il profilo di ogni monte, i graffi rocciosi scavati dai ruscelli, le distese dei boschi, il verde grigio dei pini e quello più scuro degli abeti. Vedevo il fiume Malselva scorrere placido come un serpentello silenzioso, vedevo le anse sabbiose, l'acqua trasparente e fredda e poi, sparse, le casette di legno degli abitanti.

Mi colse un senso quasi di euforia.

Pensai, dannazione non mi manca niente. Ed era vero. Ero in perfetta salute, avevo un lavoro, vestiti, cibo nessuno mi perseguitava, sedevo su un tronco per una pausa che io avevo deciso e mi godevo un panorama magnifico, e cosa ancora più sorprendente, ero l'unico uomo al mondo che in quel momento godeva di una simile vista da lì.

Pensai, guarda quanta bellezza.

Chissà perché, come molti, solitamente me ne vado in giro appesantito da un fardello di frustrazioni, indaffarato nel compito sciocco e inutile di accontentare le aspettative della gente.

Vi deludo volentieri, ragazzi, lasciatemi fra le montagne e arrangiatevi.

8 agosto 2010

Segheria da campo II

Mangus invece era uno di quelli timidi e un po' ritardati. Mi faceva molta tenerezza. Lui aveva lasciato il centro da anni però aveva in grande considerazione Marcus e ogni estate veniva a visitarlo per qualche giorno. Un anno se lo è portato in un viaggio in Danimarca.

Ho letto ancora una volta nobiltà di spirito in Marcus. Ce lo vedete un ex deputato italiano che se la passa con un ragazzino ritardato che non è nemmeno suo parente?


Marcus dirigeva i lavori con ordini falsamente burberi ai quali però bisognava affrettarsi ad obbedire alternati ad incoraggiamenti “Very good! You're very clever!” Concedeva ai ragazzi il privilegio di guidare il suo trattore. I primi tre giorni lavorammo con il maltempo. Eravamo sferzati senza tregua da una pioggerellina fine ed obliqua, immaginate la poesia di quei momenti con la segatura che si incollava alle braghe fradice e la faccia bagnata e gocciolante. Facevamo una pausa caffé la mattina e una merenda il pomeriggio oltre alla pausa pranzo. Durante le pause si parlava norvegese quindi non so di preciso gli argomenti di conversazione ma il tono era lo stesso di quelle chiacchiere che scambiavo con i contadini di Verona e quindi, ne deduco i contenuti: aneddoti di lavoro, cronaca locale, scherzi.


Poi si lavorava. Apprezzavo il fatto che si stava conducendo il lavoro a regola d'arte. Il nostro prodotto erano tavole perfette come quelle che si comprano in una segheria industriale. Non bisognava “correggerle” o darle per buone anche se visibilmente imperfette. Il lavoro veniva condotto in tutti i suoi aspetti al fine di ottenere un prodotto di qualità e la qualità si vedeva e dava soddisfazione. Ci si faceva il mazzo tutto il giorno, sotto la pioggia, a spostare quintalate di tavole di legno però il risultato finale ti diceva che non avevi buttato il tuo tempo. Erano assi buone, da costruzione.


Dico questo perché a Verona, lavorando in una piccola associazione non sempre a fine giornata ero compensato con questa soddisfazione. Spesso, dopo aver inutilmente protestato con i superiori passavo la giornata a costruire staccionate con materiale inadatto e che quindi si sarebbero rotte presto, o tappato buche su strade che si sarebbero subito riaperte. Io potevo anche ingoiare il rospo tirando fuori la questione di rimediare la pagnotta quotidiana, la parte difficile era convincere i volontari (che non ci guadagnavano nulla) a prendere parte a questi interventi inutili.


A fine giornata si ritornava a casa. Mancava la first lady in visita alle sorelle di Oslo quindi improvvisavamo cene a base di pizze surgelate o di patate con salsicce annaffiate con aranciata. Mangus dopo la doccia indossava una canottiera a righe azzurre ed era sereno. Tutti oltre alla stanchezza provavamo una specie di serenità.


Vedi Mangus non so quale sfiga accompagni la tua vita. Marcus mi ha detto che forse non sai nemmeno leggere. Un analfabeta in un una nazione così avanzata. Non tutti siamo cavalli da corsa, si sa. Rilassati la maggioranza di noi è un mulo però anche da muli possiamo fare tanto, possiamo arrivare anche ad essere felici.


Percepisci anche tu questa serenità, questa cosa che assomiglia all'allegria? Stai pensando alla catasta di tavole perfette e alla nostra fatica? Hai visto il capo contento, hai visto il sow master felice di aver incontrato gente in gamba?


E adesso che c'è di più meraviglioso di sentirsi la pelle pulita e di questa pizza? Senti come è buona l'aranciata dopo il lavoro, come disseta. E là fuori c'è gente che mangia in qualche localino a lume di candela dopo aver imbrogliato il prossimo tutto il giorno.


Anche se non erediteremo il regno della terra c'è della grandezza nella nostra umiltà.


Gli ultimi giorni furono di bel tempo. Li occupammo ad accatastare le tavole. Eravamo circondati da centinaia di Kleg i tafani locali che ci pungevano senza pietà. Mangus li ammazzava e li metteva in fila su una tavola. Marcus e io non lo imitavamo ma guardavamo i cadaveri con soddisfazione.


Venerdì Marcus mi lasciò le redini del lavoro perché aveva un impegno. Finii la catasta sperando di non fare puttanate. Mi andò bene.

Nel pomeriggio venne la madre di Mangus e sua sorella.

Marcus chiamò Mangus e lo pagò del lavoro, gli fece firmare un modulo per le tasse e gli strinse la mano. Lo stesso successe a me.


In Italia potrebbe mai succedere questo? Ossia un lavoretto marginale non pagato in nero? Un piccolo gesto della vita quotidiana che possa essere timbrato con la scritta “Onesto”?

Nella mia città di gente perbene che va a Messa la domenica in tali occasioni abbiamo altre abitudini. Oltre ad un vergognoso gioco al ribasso spesso i soldi te li consegnano arrotolati direttamente in una tasca e chi si è visto si è visto oppure li si regista fra i “rimborsi vari”. Questo succede anche in realtà dove lo statuto in vigore prevede una certa statura etica.


L'amico antiquario di Verona mi ha spiegato bene l'altro giorno l'essenza fra il patto fra Berlusconi e gli elettori: “Qui, dal giorno stesso in cui il Berlusca ha vinto, la gente ha smesso di emettere fatture e ricevute, ed è andata al ristorante a festeggiare. Zero. Niente. Tutti: artigiani, idraulici, medici specialistici, commercianti. Ristoratori e albergatori le danno finte, nel senso che poi non le registrano. L'anticomunismo, la chiesa e le altre storie, perfino le televisioni, non c'entrano. La questione è che con quello là puoi evadere serenamente. Hanno votato Berlusconi per paura che Prodi e Visco gli mandassero la finanza”
Curzio Maltese – La Bolla


Forse l'amico antiquario non sa che i veronesi guidati dai talk show di Telenuovo non dormono la notte pensando allo spinoso problema degli immigrati e dei centri sociali che come è noto sono responsabili dell'attuale situazione di debito pubblico e decadenza sociale del Paese.

Segheria da campo I


Questa settimana è stata diversa.

Non ho vagato nella solitudine dei boschi ma sono stato membro di piccola squadra di lavoratori locali. L'obiettivo era quello di segare assi e tavole a partire da una quantità di tondame che Marcus il mio capo aveva stoccato allo scopo in un campo.


Ci siamo serviti di un impianto mobile, una sega circolare che funzionava alimentata dal motore di un trattore attraverso il giunto di cardano. Annoterò questo lavoro fra i più inusuali anche se il primo posto della classifica appartiene ancora a quel periodo in Messico quando ho seminato l'avena a mano come si faceva in Italia al tempo della pellagra.


La macchina non era altro che una sorta di lungo tavolone sopra il quale scorreva il tronco da segare con i centro la grande sega circolare.


Per capirci è lo stesso apparecchio usato dal cattivo di turno per segare il Batman degli anni '60 (quello in tutina grigia e con le maniglie dell'amore).”Riuscirà il nostro eroe a liberarsi e a catturare il perfido Joker? Lo scoprirete nella prossima puntata”. Ecco, quella.


Si lavorava come in una catena di montaggio.


C'era un operatore addetto al carico del tronco. Il tronco era appoggiato perpendicolarmente su dei binari di legno sui quali veniva fatto rotolare fino a dei bracci meccanici che lo sollevavano fino al piano di lavoro.


Un operatore (il saw master) manovrava alla centralina comandi. Era lui la mente di tutta l'operazione. Per ogni tronco doveva ricavare il massimo di assortimento legnoso sia in termini di quantità che di qualità riducendo di conseguenza lo scarto al minimo.

E' un ruolo per il quale è necessaria esperienza. Bisogna produrre infatti assi di dimensioni standard sia per quanto riguarda la larghezza, lunghezza e spessore, e i tronchi, come sappiamo, non hanno dimensioni standard.


Infine ci sono gli assistenti allo scarico incaricati di prelevare dal nastro le tavole segate e gli scarti e stoccarle nei rispettivi mucchi. Le uniche qualità richieste all'adetto allo scarico sono la vigilanza al processo e la velocità di azione dal momento che il saw master per procedere deve aspettare che siano rimossi gli scarti dal nastro. Più veloce lavora l'addetto allo scarico più si riducono i tempi morti.


Al carico c'era Marcus dotato di una forza sorprendente per un settantenne, il saw master era il proprietario della macchina, un ometto paffutto con barba e capelli grigi che ricordava vagamente un minatore fantasy o babbo natale se preferite. Allo scarico c'era invece un gruppo di operatori selezionatissimi, fra cui il sottoscritto. Scherzo non eravamo selezionatissimi e lo dimostra il fatto che i miei compagni erano ragazzi del centro di accoglienza di Marcus che, come ho già detto, non è proprio un'istituzione per bambini prodigio.


Erano due i cui nomi di fantasia sono Ole e Mangus. Ole era un ragazzino di colore (bruttino) di origini brasiliane che se ne andava vestito con braghe larghe felpa nera con cappuccio e capellino.

Guardandolo ciondolare riflettevo che i “bianchi” vestono con differenti stili mentre quelli di colore, a prescindere dalla nazionalità, pare provengano tutti dal Bronx.


E' uno stile che ha anche il suo fascino, almeno a detta di qualche ragazza, però io non lo percepisco anzi con la mia miopia e mancanza di gusto, braghe larghe, felpazze e cappellini lanciano un unico messaggio: sono un disadattato.

1 agosto 2010

Non preoccuparti piccola, per me il pericolo è routine.


Cosa è successo in queste settimane? Niente di importante, ho solo rischiato di rimetterci un occhio e rompermi la testa.

Vi racconto prima quella dell'occhio.
Una mattina stavo lavorando tranquillamente e in letizia nel solito bosco quando ho sentito una puntura alla nuca. Pensavo fosse un ago di pino che si era incastrato però no, era qualcosa che seguitava a pungere con ferocia. Ho provato ad allontanare la “cosa” con la mano e me la sono fatta sotto quando ho scoperto che si trattava di un vespone grande quanto un accendino.
Ho corso inaspettatamente veloce con tutta quell'armatura anti infortunistica addosso. Poi ho aspettato che mi passasse la fifa prima di tornare sui miei passi.

Ma non era finita.
All'improvviso ho sentito un ronzio minaccioso, con la coda dell'occhio ho visto un puntino nero che si ingrandiva. In meno di un secondo il vespone mi aveva raggiunto, era riuscito, non so come, a passare la lente degli occhiali pronto per pungermi direttamente nell'occhio. Ho lanciato via gli occhiali con dentro la vespa la quale mi aveva già morso la palpebra. Questa volta corsi ancora più veloce e ancora più lontano con l'occhio che si gonfiava. A casa risolsi tutto applicando una crema dopo puntura però non vi dico che fifa che ancora adesso mi viene quando sento un ronzio.
Si può dire che è il primo insetto mangiatore di uomini che ho incontrato nella mia vita.
La testa invece me la stavo rompendo per via di un un albero che si era incastrato su un tronco inclinato. L'attrito fra le due cortecce faceva sì che l'albero tagliato non si muovesse. Poi però cominciò a piovere e l'acqua rese sdrucciolevole la corteccia proprio mentre passavo di là.
Il colpo fu come uno sberlone mollatomi direttamente da Dio. Proprio sulla tempia.
Appena mi resi conto di ciò che era successo con un discreto spavento cominciai a darmi il primo soccorso proprio come mi avevano insegnato al corso sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Chiaro secondo il protocollo avrebbe dovuto farlo un collega però ero solo.
Dunque respiro? Sì. Ho battito? Sì. Sono cosciente? Sì. Sanguino? No. Casco rotto? no. Occhiali? Eccoli qua, neanche un graffio.
Mi immaginavo di avere la faccia viola e chissà forse uno zigomo fratturato. Invece mi è andata bene, la botta quasi non si vede.
Per fortuna avevo il casco.
Chi legge questo post si ricordi solo l'ultima frase: “Per fortuna avevo il casco”

24 luglio 2010

E' questione di come si cammina II


Il capo raccoglierà la squadra portandola sul luogo del lavoro. La spiegazione del lavoro è un momento sacro. L'80% del successo dipende dal capire bene cosa si vuole da noi. I liberi professionisti si fanno firmare addirittura una carta dove hanno riassunto l'incarico del committente per essere certi di averlo capito bene.
E' dunque un momento sacro, non si scherza, non si chiacchiera, non ci si perde a guardare il paesaggio.


Infine si comincia. Metteteci impegno anche per i lavori apparentemente sciocchi, senza fretta ma senza perdersi. Si fa pausa solo quando il capo ne propone una e si riprende non appena egli si rimette al lavoro. Se lavorate soli calcolate circa quindici minuti ogni due o tre ore a seconda della fatica e delle condizioni climatiche.


Se darete del vostro meglio lo si noterà subito anche se le prime volte il risultato sarà ammaccato da errori e pasticci di varia natura.
Se succede, no panic, informate il capo (senza cacciar palle) di ciò che è successo e apprendete dall'errore.


L'ultima cosa che mi sento di dire è attenzione a come si cammina. Esatto, il passo con cui ci si muove rivela molti aspetti riguardo alla nostra motivazione.
Descrivervi il passo ideale è difficile. Ci provo. Bisogna che il passo sia elastico, deciso, rapido ma senza evidenziare una fretta ingiustificata. Deve essere un passo energico e positivo.


Immaginate di uscire di casa per andare a trovare una ragazza intrigante o per andare a comprare l'ultimo disco della vostra band preferita. Visualizzate la situazione. Come state camminando?


Probabilmente non strascicando i piedi anche se è un passo da dieci punti in più all'interno della comunità di punk giocolieri e ubriaconi che popolano le principali piazze venete.


Per nessuna ragione il vostro capo deve fermarsi ad aspettarvi per il distacco che vi ha dato dovuto al fatto che camminavate, come dire, adagio.


Di frequente ho aspettato squadre di volontari che avevo distaccato anche di cinquanta metri camminando normalmente. Arrivavano rilassatissimi chiacchierando fra loro come se nulla fosse.
Nemmeno loro sono finiti nell'albo d'oro.

E' questione di come si cammina

La settimana prossima qui si parlerà di palanche, signori! Verrà il responsabile della ditta per la quale lavoro e insieme quantificheremo il lavoro fin qui svolto.
La questione economica quindi sarà argomento dei prossimi post.
Oggi vorrei dare delle dritte su come fare buona impressione quando ci si presenta in un nuovo ambiente lavorativo, nello specifico quando si comincia un lavoro senza avere particolare esperienza. Una situazione tipica dei giovincelli del servizio civile, dei tirocinanti e di tutti quelli al primo impiego.

Qualcuno si chiederà se sono abbastanza referenziato a dar lezioni su questo tema. Chissà! Però per diversi anni ho fatto il coordinatore di volontari incontrando ed introducendo al lavoro una cinquantina di giovani provenienti da tutto il mondo. Quindi ci proviamo!

Amara premessa. Non è che seguendo i miei consigli avrete successo al 100%. C'è sempre la possibilità di stare sulle palle a qualcuno anche quando con anima e corpo state trasmettendo segnali di onestà e buona volontà. Certo quel qualcuno sarà certamente un complessato, un sospettoso cronico, uno che va avanti solo a pregiudizi, insomma se vi imbattete in un testa di cazzo c'è poco da fare.

Quasi sempre il primo contatto è una mail o una telefonata. Siccome, abbiamo detto, non avete esperienza puntate sulla motivazione. Il messaggio che deve passare è “Mi piacerebbe davvero tanto collaborare a questo progetto perché mi è immensamente utile per la mia crescita professionale”. Di solito si manda anche il curriculum vitae e in internet sono stati versati fiumi di inchiostro in siti specializzati che insegnano tutti i trucchi per scriverlo bene. C'è sostanzialmente un solo grosso errore che non bisogna fare in questa fase: farsi presentare dalla mamma o dal papà.

Un vecchio detto recita: “Chi vuole fa, chi non vuole manda.” Se avete bisogno di aiuto morale non c'è problema, ma al telefono deve essere la vostra voce quella parla le comunicazioni scritte devono concludersi con la vostra firma.
Bravi siete stati presi! Se c'era un colloquio di selezione (per il quale vi siete preparati leggendo qualcosa in internet, o seguendo i consigli di un amico) lo avete superato, avete sbrigato l'eventuale burocrazia e ora siete a tu per tu con il vostro capo il quale vi spiega l'attività che andrete a compiere.

Se il capo è una persona competente vi parlerà del progetto seguendo questo schema:

· Obiettivi: Migliorare la fruibilità di un'area verde, mantenere un parco ecc.
· Azioni: taglio dell'erba, raccolta dei rifiuti, messa a dimora degli alberi
· Composizione squadra di lavoro: con eventuale presentazione agli altri membri
· Macchine e attrezzi: descrizione dei principali attrezzi con i quali si lavorerà
· Orario di lavoro: quando si comincia, quando si finisce, giorni di riposo ecc.
· Retribuzione: quando c'è.

E' bene che facciate capire che siete interessati sopratutto ai primi due punti del discorso. Se avete dubbi o domande inerenti potete farle. Anche qua siate naturali, non serve atteggiarsi o dimostrare chissà cosa.

C'è un solo errore che non bisogna fare.

Mostrare interesse solo ai giorni di riposo o ai soldi. Sembra una sciocchezza ma più di una volta qualche volontario mi ha interrotto mentre spiegavo gli “obiettivi” per aver delucidazioni sui giorni di riposo. C'era anche chi si spingeva oltre e, senza sapere cosa doveva andare a fare, già era tutto preso a dimostrare che non gliene fregava niente macchinando complicati calcoli del tipo: “Ma se io ho un giorno di riposo posso spezzarlo in due mezze giornate, una attaccarla al sabato dove lavoro solo quattro ore e un'altra il lunedì così vengo solo il pomerggio...” Si trattava di gente anche laureata e che parlava di se stessa come di persona motivata e capace. I loro nomi però non sono stati riportati nell'albo d'oro.

I giorni di riposo solo le ultime cose da trattare.
Al lavoro si arriva puntuali vestiti adeguatamente. Se lavorate in un parco compratevi un paio di braghe da lavoro (costano 15-20 euro) e un paio di guanti. (Ve li darà il capo ma se vi vede arrivare con i vostri vi penserà più “ubicati” nel contesto). Dico questo perché un anno ho avuto volontari del servizio civile che rastrellavano le foglie autunnali con la giacca di piumino del sabato sera e ai piedi un bel paio di Nike bianche. Gli sforzi per non sporcarsi erano maggiori di quelli necessari a svolgere un buon lavoro. Ho avuto anche volontarie che intendevano usare una falciatrice a piedi nudi. (Continua...)

4 luglio 2010

Selvicultura in Pillole IV

I concetti che vi ho illustrato non sono teorici bensì terribilmente pratici.
I piani di assestamento esistono. A Verona possono essere consultati presso la sede dei Servizi Forestali.

Basta andare lì e chiedere il piano di assestamento di un comune (di montagna, chiaro). Ve lo consegnano e vi si apre un mondo. Se andate in trentino questi tomi sono rilegati in pelle e custoditi in una stanza considerata sacra da tutti gli addetti ai lavori.

Li consultano le guardie forestali, gli addetti alla martellata (cioè chi sceglie le piante da abbattere) Il numero di metri cubi di legname che si possono prelevare da una particella non possono superare quelli prescritti nel piano.

Ci sono due numeri interessanti quando si parla di prelievo di legna. Faccio un esempio reale con i dati della mia tesi di laurea.
All'interno della comunità montana Agordina in provincia di Belluno (i cui boschi coprono una superficie di 40.000 ettari) si abbattono circa 8000 metri cubi di legname all'anno!
8000 metri cubi! Cioè se il legname venisse accumulato in un posto solo, la catasta avrebbe le dimensioni di un palazzo di 400 metri quadrati di superficie e di 20 metri d'altezza. C'è da gridare allo scandalo! Deforestazione selvaggia! Ambientalisti a raccolta!
Invece respiriamo tranquilli, andiamo a vedere il piano di assestamento e scopriamo che la provvigione di quell'area ossia il quantitativo di legno in piedi (alberi vivi) è pari a 400.000 metri cubi. Ossia ogni anno si taglia solo il 2% della provvigione.
Però qualcuno osserverà che il 2% quest'anno il 2% l'anno prossimo alla fine non resta niente.

Stolti e tardi di cuore, come diceva il migliore selvicultore della storia, non vi ho forse detto che il bosco cresce?

Ogni hanno nell'agordino si stima che i boschi crescano di 66000 metri cubi.
Facciamo un bilancio. Il bosco cresce di 66000 metri cubi all'anno e ne portiamo a casa 8000.
Il bosco nonostante il nostro prelievo cresce quindi di 58000 metri cubi (1,45 mc /ha).
Ossia in questo caso non solo non ci mangiamo il capitale ma nemmeno sfruttiamo tutto l'interesse.
Capite adesso, alla luce di queste considerazioni, l'importanza del piano di assestamento, di anteporre la razionalità gestionale all'istinto? Capite che chi lavora il bosco non è un criminale? Che le segherie non sono lager? Vi rendete conto che si può usare il legno senza compromettere un ecosistema?
Quando ho avuto in gestione il parco di Verona che, come ho detto, contiene anche un piccolo bosco, la prima cosa che ho fatto è stata proprio quella di disporre di un piano assestamento. Ci sono voluti un paio d'anni per trovare i fondi però ce l'ho fatta.
Vi dico solo che la proprietaria del parco, una nota imprenditrice veneta ex consigliera del WWF che compare spesso in TV a sferzare gli italiani pigri a suo avviso e fannulloni, lo ha definito in una sua recente comunicazione scritta: “Una ricerca che non serve a nessuno”.

Selvicultura in pillole III


Come si interviene in un dinamismo boschivo senza comprometterlo? Semplicemente seguendolo nelle sue varie fasi che sono in sintesi: spessina (fase di rinnovazione densa), giovane fustaia e fustaia matura.


In fase di spessina si può intervenire con un decespugliatore forestale riducendo il numero dei soggetti e concedendo ai superstiti un giusto spazio vitale.


Quando il bosco compie 30 anni si può procedere ad un primo diradamento. Ossia si va tagliare gli alberi malati, con difetti morfologici (tipo ferite, doppie punte ecc.) quelli che ancora sono troppo vicini. Con gli alberi abbattuti (che sono giovani) si può produrre legna da ardere o carta o cippato.

Quando il bosco compie 60 anni è tempo di un ulteriore diradamento mirato a scegliere i soggetti migliori ed eliminare tutto il resto.

Allo spegnimento delle 90 candeline si può procedere al taglio di sementazione. Sostanzialmente si tagliano gli alberi maturi, quelli da cui otterremo legname da opera e si lasciano solo pochi soggetti ad ettaro, (tra i migliori) che avranno funzione di produrre semi e far ripartire il ciclo.

Il fatto che ci siano pochi alberi comporta che la superficie benefici di più luce favorendo la nascita dei giovani alberi. In questa maniera non abbiamo sconvolto il dinamismo e allo stesso tempo possiamo disporre del legno.

Ai più attenti sorgerà un'osservazione. Se io, diranno, ho trentanni e compro un bosco in fase di spessina potrò compiere lo sfollo subito, il primo diradamento quando compirò 60 anni, il secondo quando avrò 90 anni e porto a casa il legno maturo alla veneranda età di 120 anni, se ci arrivo. Come campo?

Ottima domanda.

Dicevo prima che il nostro intervento deve essere razionale nel tempo (ed abbiamo visto come si fa) e nello spazio. Vediamo come si diventa razionali nello spazio.

Una proprietà forestale, specie qui in Norvegia conta di una vastissima superficie, centinaia e centinaia di ettari (1 ettaro = 10.000 mq).

Immaginate, per farla semplice, che questa proprietà abbia la forma di un grande rettangolo. Abbiamo detto che il bosco matura in 90 anni. Bene. Dividiamo la proprietà (tecnicamente si chiama compresa) in novanta particelle di ugual superficie (chiamiamole particella A,B,C).

Immaginiamo che nessuno abbia toccato il bosco prima di noi e che tutti gli alberi abbiano 90 anni, ossia siano maturi.

Che faccio? Quest'anno vado nella particella A e faccio il taglio di sementazione. Quella parte di bosco avrà quindi 0 anni.

L'anno dopo vado nella particella B e pratico il taglio di sementazione. La particella A avrà 1 anno e la B 0 anni. Così di seguito.

Quando A compirà 5 anni eseguo lo sfollo, l'anno dopo lo faccio in B e l'anno dopo ancora in C.

Quando A avrà 30 anni comincerò con il diradamento e via di seguito.

In pratica con questo sistema di particelle ogni anno avrò del bosco maturo con il cui legno posso
sostentarmi e allo stesso tempo praticherò i diradamenti sulle particelle più giovani. Non lavoro tutto il bosco nello stesso tempo bensì particella per particella che avranno conseguentemente età diverse.
In Norvegia queste fasi si notano con molta facilità. Ci sono pezzetti di bosco spelacchiati, altri più fitti, altri più radi.
Spero di non essere stato troppo tedioso. Chi mi ha insegnato queste cose lo era...
Quello che mi premeva farvi sapere è il fatto che esista un pensiero che regola il prelievo del legno di un bosco anzi è proprio una vera e propria disciplina, si chiama assestamento forestale.

Selvicultura in pillole II


Abbiamo detto che il bosco non ha bisogno dell'uomo però l'uomo ha bisogno del bosco perché è una risorsa naturale. Produce un'infinità di beni. Distinguiamo i prodotti:


· Legno
· Frutti (castagne, pinoli, mirtilli, funghi)
· Piante medicinali
· Resina ed estratti (es: olio di pino, sughero ecc.)
· Selvaggina


E le esternalità ossia tutti quei benefici che ci dà il bosco che però non hanno un valore di mercato e per valutarle bisogna ricorrere all'estimo. Sono tante, quelle che mi ricordo sono:


· Funzione idrogeologica (previene frane e valanghe)
· Funzione depurativa (riduce l'inquinamento di aria, acqua e rumori)
· Funzione paesaggistica
· Funzione ricreativa
· Funzione culturale / religiosa (alcuni boschi sono aree sacre per gli indigeni)
· Serbatoio genetico e di biodiversità

Qualcuno potrebbe obiettare che si potrebbe fare a meno del legno e ricorrere ad altri materiali da costruzione ed energetici. Il legno invece è un ottimo materiale, con le nuove tecnologie si può fare qualsiasi cosa. Ed è un materiale la cui lavorazione produce meno impatti sia dal punto di vista energetico sia riguardo alla produzione di rifiuti (E' completamente riciclabile). E spesso lo si può lavorare a filiera corta.

Il bosco è una risorsa naturale rinnovabile ovvero continua a produrre i suoi benefici anche dopo il nostro prelievo a patto che esso sia razionale nel tempo e nello spazio. Cioè? Semplicemente utilizzare la risorsa senza comprometterne il dinamismo naturale con il quale il bosco riesce a perpetuarsi.


L'esempio del dinamismo che vi ho fatto nel precedente post è elementare, serve solo per capire il concetto. La realtà è sempre particolare e più complessa.

Però conoscendo il dinamismo anche per sommi capi notiamo subito una cosa. Nel bosco non è necessario seminare, irrigare, concimare o intervenire con fitofarmaci. Per due ragioni. Il bosco non ne ha bisogno e sarebbe economicamente proibitivo. Come si può intervenire quindi?

C'è solo un modo. Aiutare la natura a fare selezione. Favorendo gli alberi che piacciono a noi, quelli con i quali si potranno realizzare buone tavole per la carpenteria ed eliminando gli altri.


Come?


Tagliando. O lo facciamo noi o lo fa Dio che come sappiamo è un ottimo selvicultore.


Motosega quindi, senza storie.

Selvicultura in pillole I


Facciamo finta che l'uomo con le sue avide zampacce non esista. Facciamo uno sforzo di immaginazione e visualizziamo un ampia superficie sulla quale sono piovuti migliaia di semi di alberi di pino silvestre e betulla. E' una tipica situazione norvegese. Che cosa succede?


Nei primi anni assisteremo alla germinazione dei semi e la superficie si riempirebbe di rinnovazione, ossia giovani alberi di altezza inferiore al mezzo metro, il fusto elastico e sottile.


La densità degli alberi è altissima, attraversare a piedi quella superficie sarebbe piuttosto impegnativo. Con passare delle stagioni noteremo la scomparsa di tutti quegli alberi i cui semi sono germinati in posti sfigati; troppo aridi, troppo umidi, interessati da violente slavine ecc.


Successivamente si instaura una lotta senza quartiere fra gli alberi per raggiungere la luce. Chi cresce più in fretta e raggiunge il piano dominante riesce a svilupparsi e ad esprimere tutto il suo potenziale biologico, gli altri soggetti, quelli più bassi relegati al piano dominato con il passare degli anni muoiono.


E' una situazione comune anche in Italia. Fatevi un giro in montagna, entrate in un bosco e confrontate il numero di piante adulte con il numero di piante giovani. La differenza è notevole.


Apprezzerete anche il fatto che la distanza fra due piante adulte è maggiore rispetto alla distanza di due piante giovani. Perché? Perché l'albero adulto ha bisogno di uno spazio vitale più ampio e se lo crea ombreggiando i suoi vicini e conducendoli a morte.


Dopo circa un centinaio di anni il nostro bosco sarà composto di alberi adulti ovvero maturi. Si tratta degli alberi più forti cioé quelli dotati di un buon patrimonio genetico, cresciuti in un'area favorevole e che hanno avuto culo. Sono i vecchi e saggi alberi ai quali si chiede consiglio distesi alla loro ombra, gli stessi che pero' hanno sterminato fratelli e cugini. Sono loro che si impollinano vicendevolmente e disseminano la nuova generazione.


Dopo si fanno vecchi e deboli.


Non muoiono nel sonno né tanto meno soffrono di infarti o ictus, semplicemente nella loro debolezza non riescono a contrastare gli attacchi di funghi ed insetti i quali se ne cibano e li portano a morte. Un albero morto schianta ovvero cade a causa di vento, neve o pioggia e libera il suo spazio vitale per la nuova generazione e via così per secoli fino a quando non succede qualcosa di catastrofico tipo un eruzione vulcanica, un grande incendio, un cambiamento climatico, un alluvione ecc.


Questa che vi ho descritto è in sintesi la premessa per i discorsi che verranno. Si evince che



  • Il bosco non ha bisogno dell'intervento dell'uomo.
  • Il bosco segue un ciclo vitale dinamico nel tempo.
  • La maggioranza del popolamento di un bosco muore prima di raggiungere lo stadio maturo.

Killer di alberi


Sulla coscienza ne ho più di un migliaio, di alberi intendo, quasi tutti di piccole o medie dimensioni.

Li ho abbattuti.


Esistono persone e non sono poche che davvero non approvano il mio operato. Non qui in Norvegia, chiaro, qui chiunque, anche chi si occupa d'altro, sa cosa avviene in un bosco.


In Italia ho avuto invece più problemi paradossalmente con chi sosteneva interesse e conoscenze di temi ambientali. Mi occupavo del mantenimento del verde di due parchi urbani. Uno, molto bello, include anche un bosco che per anni è stato lasciato a se stesso a deperire.
Quando riferivo di aver compiuto uno sfollo (ossia una riduzione del sottobosco), o un diradamento selettivo (taglio di piante, malate, morte, o pericolosamente instabili) nella migliore delle ipotesi mi veniva risposto: “Sì, ma non esagerare, mi raccomando”, altre volte erano alzate di spalle come se si trattasse di un viziaccio che proprio non volevo levarmi, altre volte andava anche peggio.

Un pomeriggio per esempio stavo lavorando in un'area particolarmente impenetrabile, vicino ad un muro di cinta. Gli alberi stavano crescendo così vicini al muro da minacciarne con le radici e i tronchi la stabilità. Bisognava aprire un corridoio di due metri. Un lavoraccio tra edere, rovi, ramaglia e alberi storti. Era un lavoraccio perché a nessuno era mai venuto in mento di farlo prima quando la situazione era più gestibile.

Ad un tratto mi si avvicinò un vecchietto apparentemente gioviale, uno di quelli che portano a spasso il cane. “Ah, ma qui si taglia”. Disse. “Perspicace” Pensai.
“Si taglia, direi, selvaggiamente”. E poi mi fece una conferenza sulla sua vita specificandomi il suo inossidabile impegno ambientale e la sua vigilanza per parchi e giardini. Per prevenire un attacco d'ansia dovetti fermarlo.
“Vada, vada con il cagnolino che deve fare i suoi bisogni”.
Quella volta, perché sono gentile, mi limitai a mandare a cagare il cane.


Ma mi accadde anche di peggio.

Fra le varie realtà che usufruiscono di quel parco c'è anche una piccola scuola elementare.
Apro una parentesi. Come sapete i bambini della mia generazione (quelli degli anni '80) erano un po' diversi nel comportamento dagli attuali e anche i sistemi con i quali gli adulti trattano i bambini hanno subito sostanziali modifiche nel tempo. Per esempio noi non avevamo nessun problema a rompere le palle a coetanei o a bambini più piccoli ma con i grandi e per grandi si poteva trattare di differenze di solo quattro o cinque anni c'era un grande rispetto. Perché? Perché il grande, se dubitava una mancanza di rispetto, non si sarebbe fatto problemi a darti uno spintone e un paio di cazzotti. Se poi riferivi il fatto alla mamma lei non faceva una piega. Ben ti sta così impari.

Le cose andavano così. E si imparava in fretta.


Ora non più. Ora con i bambini bisogna parlare e confrontarsi da pari (e portarli conseguentemente dallo psicologo).
Più di una volta nel parco (con la mia mentalità anni '80) mi sono trovato in questa situazione. Partivo dal magazzino con il trattore e gli attrezzi e lungo la strada mi si parava innanzi uno di questi bambini. Si piazzava proprio al centro della strada e apriva le le braccia. Dovevo schiacciare il freno. Rendetevi conto, schiacciare il freno, bloccare la macchina. Negli anni '80 l'unica ragione ammissibile ad un tale affronto era un'emergenza. “Presto, vieni, Tizio non respira più”.

No, il pargolo perfettamente a suo agio, sorridente e sicuro di sé ti chiedeva: “Che cosa fai?” Negli anni ottanta l'adulto ti avrebbe guardato brutto e nella migliore delle ipotesi ti avrebbe risposto: “Sono fatti tuoi?”, ma proprio solo quelli in odore di santità. Penso, se scendo e gli do quello che merita dopo c'è il penale, se mi limito a mandarlo a cagare me la devo vedere con la mamma una di quelle donne danarose e disagiate che vivono in una realtà parallela e si sfogano litigando con prossimo.

Dunque dovevo capitolare.

“Vado a lavorare”.

“Vai a distruggere gli alberi”

“Vado a sistemare il bosco”

“Perché vai a distruggere tutti gli alberi?”

“Un giorno te lo spiegheranno i maestri ma non vado a distruggere gli alberi”. Però non credo che i maestri l'abbiano ancora fatto in maniera esauriente, altrimenti non si spiegherebbero queste prese di posizione.


Per quanto riguarda i bambini sospetto che nonostante tutta la bambagia nella quale vivono non saranno esentati dalla selezione naturale che avverrà solo un po' più avanti nel tempo quando avranno barba e peli e dovranno vedersela con tutti gli stranieri scaltri cresciuti in situazioni più stoiche, che li raderanno al suolo sia a livello umano che professionale.


Ciò che mi interessa è invece far chiarezza sul bosco, il taglio degli alberi e la questione ambientale perché quando hanno inventato la parola disinformazione era appunto per descrivere l'attuale situazione al rispetto. Deforestazione, taglio degli alberi, uso del legno, sono tutti termini per la maggioranza delle persone hanno pressoché lo stesso significato.


Luis Sepulveda scriveva in un suo racconto un elenco di cose che lo rattristano. Fra di esse compare anche il rumore della motosega.


Dedicherò qualche post sull'argomento. Cerchiamo di far un po' di luce.

29 giugno 2010

Elogio al lavoro manuale


Se dovessi consigliare un adolescente esperienze utili a diventare un adulto non troppo complessato suggerirei oltre una giusta quantità di sesso, droga and Rock'n'Roll di vivere per un tempo all'estero e di praticare qualche lavoro manuale. Entrambe le cose si possono benissimo fare durante o appena terminati gli studi. Sul perché sia auspicabile vivere per un po' all'estero in sintesi è scritto sul proverbio africano in alto a destra.
Oggi, dopo una settimana di duro lavoro in bosco preferisco invece scrivere un “Elogio al lavoro manuale”. Visto il mio caso specifico si tratta di lavoro manuale svolto all'aperto.

Perché è un elogio?

· Perché ci si relaziona con il clima. Durante l'inverno si trema e si suda in estate. Si impara così a godere di una giornata di sole in gennaio e di una nuvoletta a luglio. Si guarda il cielo, si studia il movimento delle nuvole. Al rientro a casa si gode, letteralmente, bevendo un bicchiere di latte freddo d'estate o beneficiando di una doccia bollente d'inverno. Dopo qualche mese si scopre che non è un problema se fa freddo o se fa caldo, un ufficio climatizzato rimane una gabbia tutti i giorni.



· Perché ci si relaziona con l'ambiente. Le mani si sporcano di terra, di erba di segatura. Le mani toccano centinaia di elementi diversi, la sensazione tattile della corteccia di un albero, di una foglia a primavera, del passare la mano sull'erba o immergerla nell'acqua. Si percepiscono gli odori dei fiori, i canti degli uccelli, il ronzio degli insetti, oppure il silenzio dei mesi invernali.



· Perché ci si relaziona con il proprio corpo. Il corpo comincia a dialogare con voi. Lancia messaggi. “Ho fame”, “Sono stanco ma ce la posso fare”, “Piantala lì che non ne ho più”,“Ho la schiena indolenzita”, “Che figata questa brezza sulle braccia”, “Che goduria il sole primaverile in faccia”. Generalmente si torna a casa stanchi, predisposti al relax e a farsi una buona dormita. Ma è una stanchezza diversa di chi ha convissuto otto o più ore con un telefono che squilla, fax e e-mail.



· Perché ci si relaziona con i propri pensieri. Ci sono alcuni lavori manuali che non hanno bisogno di un'elevata concentrazione, come l'irrigazione o la raccolta dei rifiuti in un parco. Durante quelle incombenze si può dialogare con se stessi scoprendosi filosofi, poeti, critici sportivi, attenti osservatori dei comportamenti umani, abili naturalisti, sofisticati matematici e via dicendo.



· Perché ci si ingegna. A differenza di un lavoro di fabbrica altamente standardizzato, il lavoro manuale all'aperto presenta quasi quotidianamente piccole problematiche o imprevisti ai quali bisogna far fronte con ciò che si ha (persone, esperienza, attrezzi ecc.). Si diventa molto scaltri.



· Perché il modo di comunicare diventa semplice ed efficace. Differentemente da figure professionali cresciute in ambiente asettico fra manuali e codici, per chi pratica un lavoro manuale, una superficie piana di materiale ligneo o plastico con funzioni operative, gestionali e strategiche sarà semplicemente un tavolo. Tutti lo capiranno quando parla e avranno la sensazione che i suoi argomenti siano reali e veri.



· Perché spalle ampie e muscoli tonici sono ampiamente apprezzati. Le ragazze mi smentiscano...



· Perché ci si avvicina alla realtà. La società moderna interpreta la realtà spesso in maniera distorta alimentando le nevrosi ovvero tutti quei problemi percepiti ma non reali con le conseguenze pratiche che ci si immagina. Toccare la realtà, la materia, le cose, aiuta ad intenderle per quello che sono.

Cesare Pavese aveva un metodo empirico per capire come butta con la nostra esistenza.
Diceva che se abbiamo la sensazione che le giornate ci passino in fretta e gli anni lentamente la vita ci sorride, viceversa il contrario. Praticando il lavoro manuale spesso mi sono trovato nel primo caso.

22 giugno 2010

Due gocce di pioggia

Vi chiederete come si preannuncia una giornata schifosa per chi va a lavorare in bosco. Vi rispondo subito: dal ticchettio della pioggia sui vetri delle finestre quando voi siete ancora in armonia perfetta, in un tepore sublime nel vostro letto. Qui in Norvegia puo' piovere anche per tre giorni di seguito...


Sabato sentendo la pioggia ho deciso di prendermela tranquilla. Chi me lo fa fare di andarmi a prendere freddo. Essendo solo, i padroni di casa sono in Spagna, devo anche prendermi cura della casa. La signora la vuole trovare pulita. E vuole tutti i suoi fiori vivi.


Ecco, potevo approfittarne per far pulizia. Scopa un po', pulisci il bagno, dai un'occhiata, butta l'immondizia. Poi mi era venuta voglia di scoprire come si apriva un blog e sono andato su internet ad informarmi. Verso le undici arriva Karl (il nome è inventato).


Karl è un istruttore forestale. Mi ha spiegato che dopo vent'anni di lavoro in bosco ha deciso di prendersi gli appositi brevetti da istruttore. Vent'anni in bosco glieli leggi dalle mani. Dita grosse, unghie coriacee. Quando affila una catena o un disco tagliente beh, doveste vedere quella catena o quel disco. Penetrano nel legno come un bisturi. E soprattutto insegna bene. A me ha insegnato l'uso del decespugliatore forestale. Anche l'esercito a volte lo chiama per addestrare i soldati all'uso della motosega.
Parla inglese lentamente ma in maniera corretta. Scherza ogni tanto, alla maniera scandinava.


E sopratutto non se la tira.


Era venuto ad avvisarmi che doveva scendere in cantina a prendere dei pennelli. (Attualmente sta ristrutturando una casa e qui le case sono di legno).
Mi chiede se mi sono preso il giorno di riposo e io gli rispondo che aspetto che smetta di piovere che probabilmente sarei andato in bosco dopo pranzo.

Pensavo che mi dicesse di essere prudente, che la pioggia rende scivolosi i crinali. Invece lui, con la sua voce tranquilla mi ha chiesto se avessi un impermeabile e che la pioggia si sente di più in casa che fuori.

Ho fatto come diceva Karl.


Ho preso l'impermeabile e sono andato a lavorare sotto la pioggia. Con il casco, le cuffie e la radio accesa, mi si bagnavano solo le mani.
Chissà perché ci spaventiamo della pioggia. Perché quando piove si bloccano le città? Centinaia di macchine sulle strade per la paura di bagnarsi.


Aveva ragione Karl, la pioggia si sente di più rimanendo in casa.

21 giugno 2010

Forestry Fashon


Chiudete gli occhi ed immaginate un boscaiolo professionista. Concentratevi sul suo abbigliamento.

Se intuisco la vostra idea è così conciato: scarponi di cuoio, calze di lana, pantaloni di fustagno, camicia di flanella con le maniche arrotolate, cappellino di lana.

Scusate il trabocchetto ma se lo immaginate così siete decisamente fuori strada. E' come se un moderno senatore entrasse in parlamento con la toga e le scarpe rosse.
E' vero, è vero girando per le montagne o per le campagne si incontrano persone che lavorano con la motosega vestite così ma in genere non si tratta di professionisti, è semplicemente gente che sta aspettando il proprio incidente e lo vuole grandioso, roba da cronaca nera. Gente del vecchio stampo che se gli porgi un paio di guanti da lavoro ti guardano storto, quasi volessi mettere in dubbio la loro virilità figuriamoci se parli di pantaloni antitaglio o di elmetto protettivo.